ROVERETO. Lasciano il cane in pensione ma, al ritorno, scoprono che è sparito. Tocca dunque ai proprietari andarlo a cercare e trovarlo, giorni dopo, denutrito in un bosco ai limiti della città. Per questo hanno denunciato la struttura che doveva accogliere e custodire il «pitbull red nose» durante le vacanze degli umani chiedendo un risarcimento di 2.950 euro per spese veterinarie e danno morale. Il giudice di pace Raffaele Moschettino, però, non ha ravvisato colpe o cattiva gestione da parte dell'associazione che gestisce la struttura e, dunque, ha rigettato il conto presentato dai padroni del quattrozampe. Che, ad essere chiari, è un tipino particolare con un «caratteraccio» che fa in modo che solo i proprietari riescano ad andarci d'accordo.

Le ferie estive, però, sono sacre e portarsi appresso un cane per di più difficile e con problemi di relazione con gli uomini non è possibile. Di qui l'affido per due settimane ad un canile-pensione che, vista la scontrosità del pitbull, l'ha ospitato in una gabbia singola coperta e con una recinzione alta due metri. Che, però, non è bastata a contenere l'esuberanza del cucciolone e, soprattutto, la sua voglia di libertà o comunque di tornarsene a casa. E infatti è riuscito ad arrampicarsi e fare un balzo nel vuoto prendendo poi la via del bosco. I volontari hanno subito iniziato le ricerche ma hanno individuato l'animale solo tre giorni dopo. Al rientro dalla ferie, però, sono stati i padroni a dover rintracciare il proprio amico e riportarselo a casa. E secondo loro era malato e denutrito e quindi hanno deciso di fare causa alla pensione.

Davanti al giudice i titolari e i volontari che prestano servizio nel centro di accoglienza hanno spiegato che quanto accaduto non è stata colpa loro ma che, soprattutto, le magagne fisiche del pitbull non dipendevano dal suo ricovero ma erano pregresse. In aula hanno infatti dimostrato che, scoperta la sparizione del cane, hanno iniziato le ricerche, localizzandolo dopo tre giorni e continuando a fornirgli cibo e acqua quotidianamente fino al rientro del proprietario. Il pitbull, però, era diffidente tanto da non lasciarsi avvicinare rifiutando la pappa da parte di estranei. Dalle diagnosi veterinarie è stato accertato che il peggioramento dello stato dell'animale non era riconducibile alla presunta incuria del canile ma è stato palesato che la displasia d'anca e di ginocchio bilaterale erano congenite e progressive e che la lesione traumatica al tarso era di carattere inveterato, quindi anteriore o comunque non collegabile alla breve permanenza in stato di fuga, e che la zoppia e le condizioni generali erano da attribuirsi alla patologia genetica.

Insomma, quanto accaduto durante l'assenza dei padroni non è imputabile alla struttura che ha accolto il pitbull. «Il costante orientamento giurisprudenziale - scrive il giudice in sentenza - sostiene che la fuga di un cane da un canile non può di per sé essere qualificata caso fortuito se non sono state adottate misure di sicurezza appropriate e proporzionate alla razza, forza e indole dell'animale. La responsabilità del custode è esclusa solo quando l'evento si riveli eccezionale, imprevedibile e inevitabile nonostante l'uso della normale diligenza. Nel caso di specie, il cane era stato collocato in un box singolo, coperto, alto circa due metri, totalmente chiuso e conforme agli standard di custodia utilizzati dalla struttura per animali di pari caratteristiche. Dalla documentazione in atti e delle dichiarazioni assunte in sede probatoria non è emersa prova di difetti strutturali o omissioni di vigilanza».

«Le deposizioni hanno confermato che il cane riuscì ad arrampicarsi e scavalcare la recinzione, comportamento non prevedibile con le informazioni disponibili e non segnalato dal proprietario al momento della consegna. In udienza è emerso che i volontari del canile immediatamente iniziarono le ricerche, rinvenendo l'animale dopo 3 giorni in una zona boschiva. É altresì emerso che il personale del canile provvide quotidianamente al nutrimento e all'idratazione dell'animale, senza riuscire ad avvicinarlo, fino al rientro del padrone, il quale al suo rientro recuperò il cane». La fuga, dunque, non è imputabile a negligenza ma integra un evento anomalo e imprevedibile rispetto agli standard di custodia adottati. «L'atteggiamento tenuto dalla titolare della struttura fu attivo, cooperativo e proporzionato all'evento imprevedibile, in linea con la diligenza del buon professionista. I volontari, difatti, si attivarono immediatamente per le ricerche, individuando il cane, alimentandolo e monitorandolo quotidianamente fino al rientro del proprietario. È emerso che il canile sostenne spese veterinarie immediate e fornì alimenti integrativi». N.G.