ROVERETO. Accusato di violenza sessuale per colpa di un tema scritto dalla sua amica minorenne. Quello scritto è stato preso dal professore e girato alla procura della Repubblica che ha aperto un fascicolo e portato il ragazzo (di tre anni più grande ma comunque maggiorenne) a processo con rito abbreviato.

La gup Mariateresa Dieni ha accolto la richiesta del pm Fabrizio De Angelis ed ha assolto il giovane ma resta comunque aperto un interrogativo non di poco conto su come vengono gestite, da un punto di vista giudiziario, le emozioni degli adolescenti. A processo, non a caso, sono uscite tutte le incongruenze e le menzogne della quindicenne che, tema a parte, ha accusato l'amico di averla portata con forza nei bagni della scuola costringendola con violenza a fare sesso.

Le stesse compagne di classe e amiche della presunta vittima, tra l'altro, hanno sempre negato ogni rapporto tra la ragazza e l'imputato e questo, chiaramente, al processo è servito a scagionare l'imputato. La presunta violenza sessuale, comunque, sarebbe stata narrata non solo nel tema di italiano ma anche sui social network.

L'elaborato, come detto, è stato consegnato alle forze dell'ordine dalla scuola e, non a caso, prima di formulare l'imputazione la studentessa è stata sentita dalla polizia alla presenza di una psicologa. Ma, in quell'occasione, è rimasta sul vago. Un atteggiamento che è stato ricostruito in udienza e che, alla fine, ha scagionato il giovane ingiustamente accusato di violenza sessuale.

L'avvocato difensore Nicola Canestrini, però, contesta anche il metodo di gestione di simili situazioni, spesso ingigantite sui social per sentirsi più grandi. “Non entro nel merito del caso concreto. In aula ho però sostenuto che si tratta del primo caso successivo al protocollo provinciale tra scuole che nelle finalità condivisibili sbaglia completamente approccio: la circolare istituisce un automatismo - segnalare sempre per non rischiare una denuncia - che nega agli insegnanti uno spazio reale di valutazione autonoma, educativa e professionale”.

”La scuola non può diventare una semplice cinghia di trasmissione verso l'autorità giudiziaria. Non ogni conflitto, disagio o racconto richiede immediata attivazione penale: l'equilibrio si mantiene solo evitando che la paura di "non segnalare" sostituisca il giudizio responsabile da parte degli educatori”.