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La Marangoni è in rosso:

altre perdite per 9,3 milioni

e i sindacati si allarmano

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Marangoni spa chiude il bilancio 2018 con 9,3 milioni di euro di perdita netta (21,6 milioni nel 2017) e un calo del fatturato del 28%, da 68,3 a 49,3 milioni. A livello di gruppo va solo un po’ meglio: i ricavi scendono del 4% da 194,9 a 186,3 milioni, il rosso è contenuto a 5,5 milioni (22 l’anno prima). Il patrimonio netto scende da poco più di 30 a 20,9 milioni e da 44,3 a 40,3 milioni a livello consolidato. È vero che scendono anche i debiti finanziari, passati per il gruppo da 97,3 a 79,6 milioni, ma la tensione finanziaria rimane, tanto da generare rilevanti debiti scaduti verso fornitori, erario e Inps.

In questo contesto, l’unica via d’uscita è l’accordo globale, societario e non solo industriale, con i brasiliani di Vipal Borrachas. Che però tarda.
L’azienda ha predisposto un piano industriale alternativo, con cessioni di aziende estere, soprattutto nelle Americhe, e valorizzazione delle nuove acquisizioni in Norvegia, Sudafrica e India. Ma collegio dei sindaci e società di revisione Ey concordano sul fatto che le incertezze sul futuro sono molteplici e si riflettono sulle prospettive di continuità aziendale.

In bilico ci sono 200 lavoratori a Rovereto, già in contratto di solidarietà, e un migliaio in tutto il gruppo.
Il bilancio 2018 della società roveretana è stato approvato dall’assemblea del 19 luglio scorso col voto favorevole della holding di famiglia e l’astensione dei banche che hanno in pegno una quota del capitale. La relazione del cda guidato da Vittorio Marangoni spiega che l’attività gomma ha perso il 30% delle vendite mentre la vendita di energia elettrica e il servizio di smaltimento di pneumatici fuori uso crescono dell’8%. A livello di gruppo, il calo di fatturato della ricostruzione pneumatici è parzialmente compensato dalle vendite di macchinari di Marangoni Meccanica, che però nel primo semestre di quest’anno è stata ceduta (all’80%) alla cordata tra La Finanziaria Trentina e l’altoatesina Alpenring, dopo aver ripulito il bilancio dalle perdite precedenti. Tra le aree geografiche, cedono Italia e Americhe mentre tengono gli altri Paesi Ue, anche grazie all’acquisizione della norvegese Gummiservice Produksjon.
Per quanto riguarda l’occupazione, a Rovereto, a causa del trend negativo delle vendite, da aprile è in corso un contratto di solidarietà di sei mesi, che terminerà quindi a settembre, per gestire potenziali esuberi di 35 lavoratori. L’ammortizzatore coinvolge 163 addetti su 199 con una riduzione di orario del 22%. A Ferentino (Frosinone) sono in cassa integrazione straordinaria 120 lavoratori, con 20 esuberi per i quali c’è l’accordo sindacale sulla mobilità volontaria.

Il gruppo Marangoni, nel frattempo, è passato dai 1.074 addetti del 2017 a 999 dipendenti.
Come spiegano gli amministratori, le trattative con il gruppo brasiliano Vipal, principale competitor indipendente del mercato mondiale della ricostruzione pneumatici, sono ancora in corso. Lo scorso 17 aprile è stato firmato il Global project implementation protocol che individua la strada per l’integrazione tra i due gruppi. Ma il progetto è subordinato alla due diligence (l’analisi dei dati) dei brasiliani su Marangoni. Intanto Vipal ha acquisito il 51% di Marangoni Tread North America, con un’opzione sul restante 49%, e si appresta a rilevare tra il 70 e l’80% di Marangoni Tread Latino America in concordato.

Nell’incertezza sull’intervento brasiliano, Marangoni ha varato un Piano conservativo di gruppo senza Vipal che ipotizza, anche grazie ai dazi sui pneumatici cinesi nuovi, una ripresa del fatturato fino a 201 milioni (consolidati) nel 2021, con un netto miglioramento dei margini. Ma le ipotesi del piano, secondo il collegio sindacale presieduto da Pietro Monti, «sebbene ragionevoli, presentano un grado di incertezza non trascurabile».

Non serviva poi molto, visto che le preoccupazioni erano già importanti. Perché i sindacati da tempo soffrivano l’incertezza sul futuro Marangoni. Un’incertezza quest’estate cresciuta dopo che è saltato l’accordo con Dmack, e soprattutto dopo che è apparso evidente come non fossero ancora chiariti i confini dell’impegno del partner brasiliano Vipal. Ma i dati di bilancio resi pubblici non fanno che peggiorare la generale sensazione che serva, e al più presto, un chiarimento per tranquillizzare gli animi in una fabbrica in cui sul tavolo c’è un contratto di solidarietà (per 35 esuberi funzionali) che scadrà a fine settembre.

A preoccupare i sindacati non è tanto il passivo - 9,3 milioni Marangoni Spa, 5 per il gruppo - perché i numeri indicano sì una sofferenza ma in un trend di rientro importante (nel 2017 le perdite in entrambi gli esercizi, superavano i 20 milioni). A preoccupare sono il calo del fatturato (28% per Marangoni Spa, 4% per il gruppo), il calo del patrimonio (da 30 a 20,9 milioni e da 44,3 a 40,3) e soprattutto l’incertezza. Perché le direttrici di sviluppo indicate dall’azienda erano due: saturazione dello stabilimento con l’apertura a nuove aziende e intesa con Vipal, che ci si augurava diventasse da partner industriale a socio. È accaduto per le aziende americane, ma non ancora in Italia: su questo punto ci si è presi tempo fino a dicembre. E nel frattempo c’è un piano B: Marangoni ha varato un piano conservativo di gruppo senza Vipal che ipotizza un consolidamento del fatturato anche grazie ai dazi sugli pneumatici cinesi. Ma l’incertezza è stata evidenziata pure dal collegio sindacale.
Ecco perché i sindacati sono in preallarme. Già settimane fa hanno chiesto un incontro alla Provincia, l’azienda ha recentemente dato disponibilità, si aspetta la calendarizzazione per settembre. «Il bilancio rileva dei punti che anche a noi suscitano grosse perplessità. - osserva Giovanni La Spada, Cobas - Ma dalle notizie apparse sulla stampa sembra ci sia un piano industriale. Ne siamo contenti, noi aspettiamo che ci venga illustrato. Il pallino ce l’ha l’azienda, o probabilmente Vipal. Il problema è che l’azienda ha detto molte cose, ma ormai ha per noi poca credibilità. E noi restiamo preoccupati, perché a settembre scade il contratto di solidarietà, per 35 esuberi dichiarati. E se al termine di quel contratto non ci sono le gambe per fare un passo in avanti che succede? Vogliamo capire. Spero che la Provincia convochi il tavolo al più presto».

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