ARCO. Era entrato nell'appartamento in quel momento vuoto forzando una porta. Poi aveva cercato dei gioielli - il valore del bottino è stato di circa 2mila euro - e, forse per ingannare il tempo o forse per sfregio nei confronti del padrone di casa, aveva anche fumato una sigaretta. Lasciando il mozzicone sul pavimento dell'appartamento.

Un mozzicone che - repertato dai poliziotti intervenuti dopo la denuncia del furto - ha permesso di individuare l'uomo che, in tribunale a Rovereto, è stato condannato a tre anni di reclusione per furto aggravato. Condanna che è arrivata a dieci anni di distanza dal furto.

Facciamo un passo indietro per ricostruire i fatti. Era il 2016 quando il padrone di un appartamento di Arco chiama le forze dell'ordine: al suo rientro a casa ha trovato chiari segni del passaggio di almeno un ladro. Ci sono i segni di effrazione sulla porta e ci sono cassetti e armadi aperti e mancano dei gioielli.

Sul posto interviene una pattuglia del commissariato di Riva del Garda per il sopralluogo. Fra quello che trovano c'è anche un mozzicone di sigaretta lasciato lì, sul pavimento. Interrogato a proposito, il derubato spiega che lui non fuma e non fuma nessun altro dei membri della sua famiglia. Quindi quello che resta di una sigaretta diventa una prova. Ci sono lungaggini e innovazioni tecnologiche che portano, dieci anni dopo, il caso in tribunale.

La banca dati della polizia dà un nome e un cognome ma questo non basta a puntare il dito contro chi è stato condannato. Ci sono altre verifiche incrociate che portano a dire che sì, il titolare del dna ritrovato sul mozzicone di sigaretta è la persona che quel giorno, il quel determinato orario, era nei pressi della casa che è stata svaligiata. A carico dell'uomo ci sono ancora diversi precedenti specifici: riguardano infatti reati contro il patrimonio.

L'avvocato difensore ha sostenuto che non c'era la prova certa che quel mozzicone fosse stato fumato da chi era entrato nell'abitazione derubata. Ha sostenuto che poteva essere finito all'interno in modi diversi e non si tratterebbe quindi di una prova regina. E ha chiesto l'assoluzione del suo assistito. Diversa però la decisione del giudice che ha condannato l'uomo - non presente in aula - a tre anni di reclusione e 200 euro di multa.