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RIVA DEL GARDA. Capita di provare dolore alla schiena, al ginocchio oppure alla cervicale senza sapere che pesci pigliare. Dopo qualche minuto di panico generale, ecco che l'era dell'immediatezza ti corre in soccorso: basta un "click" per scandagliare in Rete la miriade di ipotesi e rischiare di affogare nel maremoto di informazioni specifiche. Le fallace di cui il web è ricco in tema di salute e benessere, dai falsi miti ai rimedi "fai da te", rischiano di allontanare le persone da un adeguato e guidato percorso sanitario.
Mosso dalla volontà di trasmettere contenuti chiari e scientifici che aiutino chiunque a prendersi cura del proprio corpo, il dottor Mattia Duchi ha deciso di attivare dei canali social attraverso i quali diffondere nozioni in merito a riabilitazione muscolare e articolare, recupero post-operatorio, prevenzione e movimento, ma anche semplici esercizi per muoversi meglio a tutte le età. «La divulgazione medica è parte della cura», afferma il fisioterapista trentenne di Riva. Nato e cresciuto nel cuore dell'Alto Garda, ha frequentato l'indirizzo scientifico del Liceo Maffei e praticato negli anni delle superiori la vela in qualità di atleta agonista. Le uscite sul lago spinte dall'Òra gli sono valse la partecipazione a vari campionati del mondo e la vittoria di un titolo italiano nella classe "Laser". Più di tutto, però, ha imparato la disciplina, la gestione della fatica e la capacità di lavorare per obiettivi: valori che oggi porta nella sua professione. Sport e natura non sono mai stati relegati alla sola passione: sono una «scuola di vita». Dopo essersi laureato in fisioterapia all'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, ha acquisito nuove consapevolezze in materia di osteopatia all'Escuela de Osteopatia di Madrid, potendo considerare il corpo «come un sistema integrato». Dopo le prime esperienze presso le strutture territoriali, ha aperto in luglio l'ambulatorio "ReVIVO Riabilitazione". A Riva, perchè in essa «natura, movimento e qualità della vita sono parte della quotidianità».
Dott. Duchi, ha sempre desiderato diventare fisioterapista? «Ho scoperto la fisioterapia grazie alla vela agonistica, in quanto atleta che doveva tornare in acqua. Vivere in prima persona un percorso di recupero mi ha fatto capire quanto la riabilitazione possa restituire libertà e fiducia. Ho capito così che questa sarebbe stata la mia strada. Mi sono formato sui banchi universitari, è vero: la mia formazione però si è sviluppata soprattutto ascoltando persone reali. Oltre alle competenze tecniche derivanti dallo studio, ho imparato che la chiave per proporre percorsi riabilitativi efficaci risiede nel prestare attenzione, ragionare in modo critico e confrontarsi con altri professionisti».
Cosa rappresenta per Lei questa branca della medicina? «La fisioterapia, per me, è molto più di una terapia: è un linguaggio fatto di movimento, scienza e relazione. Non si tratta solo di curare un dolore, bensì di accompagnare la persona a conoscere e gestire il suo corpo, consentendole di essere di nuovo padrona delle sue capacità. È il ponte tra la diagnosi e la vita reale, fatta di gesti, lavoro, sport e autonomia. Non mi interessa proporre terapie passive o scorciatoie: credo nella responsabilità condivisa. Io accompagno, ma è la persona che guarisce, muovendosi».
Ricorda il suo primo paziente? «Non lo dimenticherò mai: in quell'istante ho compreso che la fisioterapia è responsabilità umana. Era una ragazza con una frattura del quinto metatarso, causata a seguito di un incidente in motorino. Ricordo di avere percepito chiaramente che non stavo trattando un distretto anatomico, ma una persona con la sua storia e le sue paure».
Queste sensazioni l'hanno spinta a divulgare online? «Dopo anni di esperienza, ho sentito il bisogno di creare qualcosa che mi rappresentasse davvero. Così è nato "ReVIVO", nome che racchiude la mia idea di riabilitazione: non solo curare un sintomo, ma aiutare le persone a riprendere in mano la propria vita attraverso il movimento. È una filosofia, un modo diverso di parlare di salute, anche fuori dall'ambulatorio. Perciò ho aperto i profili Facebook e Instagram. Condivido informazioni affidabili, contrastando la disinformazione e rendendo le persone protagoniste del proprio percorso. Ho scelto di ispirarmi ai modelli americano e australiano, secondo cui il paziente è davvero al centro e l'informazione è parte integrante della cura. Condividere conoscenza significa creare fiducia, e la fiducia è ciò che rende efficace ogni riabilitazione. Il mio obiettivo è offrire contenuti basati su evidenze».
Quali sono i temi frequenti? «I contenuti nascono da ciò che vedo ogni giorno: dolori comuni, problemi concreti, soluzioni reali. Mi concentro soprattutto sulle problematiche muscoloscheletriche più diffuse (schiena, ginocchio, spalla e anca), secondo la letteratura sono tra le principali cause di dolore e disabilità. La lombalgia, ad esempio, colpisce fino all'80% delle persone almeno una volta nella vita».
E le domande più richieste? «Messenger e WhatsApp sono diventati una sorta di "finestra diretta" con i cittadini. Ogni settimana ricevo decine di messaggi: mi chiedono come gestire dolori persistenti o in che modo affrontare un recupero dopo infortuni o periodi di inattività. Mi scrivono sportivi, ma anche persone che vogliono semplicemente tornare a muoversi e vivere senza limitazioni. La domanda più frequente è sempre la stessa: "Cosa posso fare concretamente per stare meglio?"».
Come evitare i falsi miti? «Dietro il dolore non c'è sempre un danno, è uno dei messaggi più importanti che cerco di trasmettere. Ginocchio, schiena e spalla sono tra le cause più comuni di consulto fisioterapico. Molte persone associano il dolore a una lesione strutturale, ma spesso non è così. Il movimento, se guidato, è parte integrante della cura. Sfatare queste credenze errate significa restituire fiducia al proprio corpo».
Come riesce a coniugare questo progetto con il lavoro ambulatoriale? «Non considero la divulgazione un marketing: è parte della cura, un'estensione naturale del lavoro che faccio in ambulatorio. Ogni contenuto nasce dalle problematiche che incontro e dai quesiti che ricevo. Per tutelare la privacy dei pazienti, non condivido mai nomi o immagini: i casi diventano spunti generali per dare strumenti utili a chi vive condizioni simili. Il feedback al momento è positivo, in molti riconoscono e apprezzano questo approccio basato sull'ascolto e la fiducia reciproca. È la conferma piu bella. La coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa, alla fine, è ciò che fa davvero la differenza».


