ARCO. Con L’appartamento Sold Out l'attore venticinquenne Matteo Santorum ha firmato la sua quinta fiction di casa Rai. La serie, diretta da Giulio Manfredonia e Francesco Apolloni, è disponibile su Raiplay dal 28 novembre. Una narrazione che, pur mantenendo le tipicità della commedia, tratta temi quali l'integrazione e l'accettazione di sé degli altri, traendo spunto da una truffa che costringe coppie diverse a vivere nel medesimo appartamento. I lettori de l'Adige, però, hanno imparato a conoscere la passione che pulsa nel giovane arcense, che si giostra già tra schermo e palcoscenico - il 7 giugno, si è laureato anche in Lettere moderne.

Dal 4 al 7 dicembre Santorum ha portato al teatro Belli di Roma il dramma visionario In Casa con Claude 2.0, tratto dall'omonimo testo di René Daniel Dubois, su adattamento di Giuseppe Bucci. Al fianco di Enrico Sortino, ha mostrato al pubblico l'intenso interrogatorio tra un ispettore e un ragazzo reo confesso dell'assassinio di un altro giovane.

Matteo, quale personaggio interpreti nella fiction?

«Lorenzo: è eccentrico, colorato, vibrante di vita. Una figura necessaria oggi, perché non ha paura di affermarsi nel mondo e ramificare la sua identità. Incarna il coraggio di essere sempre se stessi».Che lavoro vi è stato a monte? «Mi preparo a un ruolo come mi avvicinerei a un nuovo rapporto umano. Parto da me, mettendomi in una posizione di ascolto e accoglienza. Cerco similitudini, radici comuni. E, come accade nei rapporti duraturi, desidero che l'altro (il personaggio) mi insegni qualcosa, mi faccia crescere, mi offra una dimensione più ampia. Così mi metto in discussione, pongo domande, resto in movimento. Cerco di seminare qualcosa attraverso ciò che faccio e chi interpreto perché vorrei, nel mio piccolo, portare a coscienza alcuni aspetti della realtà e dare un'occasione di riflessione».

Ti ha intimorito trattare una tematica significativa quale è l'integrazione socioculturale?

«Per nulla, anzi. Se dipendesse da me, vorrei che il mio percorso artistico fosse sempre intrecciato a storie con questa portata e necessità, con un chiaro elemento di lotta sociale e umana. Racconti che difendono la dignità, aprono spazi di consapevolezza, parlano di libertà e rispetto: è questo ciò che sento più profondamente mio, ciò che dà senso al mio lavoro. Questo progetto, oltre ad avermi riavvicinato ad Amnesty International, mi ha fatto capire quanto l'ascolto e il rispetto siano i miei nuovi comandamenti. La gentilezza e la comprensione sono chiavi per la crescita umana e mettendoci in discussione scopriamo verità che, spesso, ci appartengono più di quelle vecchie».

Cosa speri di trasmettere alle nuove generazioni?

«Con Lorenzo mi auguro arrivi l'importanza di trovare la propria identità in modo libero, senza lasciarsi vestire da stereotipi o regole che la società impone. Cercare la propria voce nel mondo, senza seguire un'eco che arriva dall'esterno. Dentro a un gruppo (la classe, una squadra di calcio) l'unicità di ognuno vada custodita e rispettata. Mai schiacciata. Forse perché, nella mia adolescenza, mi sono sentito proprio così. È importante sia chiaro anche a chi ha il compito di educare: non bisogna dimenticare che si ha a che fare con qualcosa di estremamente fragile e delicato, l'essere umano. Quando l'esterno freme per soffocare ciò che siamo, dobbiamo ricordarci che la nostra verità è ciò che dà senso al nostro stare nel mondo. È quello che ho cercato di dare con Lorenzo».

Come concili la professionalità da schermo e quella teatrale?

«Secondo me è sbagliato dividerle. È la stessa materia, plasmata in più contesti e richiede energie diverse. Entrambe mi emozionano molto. Al teatro Bellia Roma ho portato in scena un testo a cui tengo tanto, ci ho lavorato mesi. Mi ha chiesto tanto, emotivamente e professionalmente. Sogno di portarlo in Trentino, con la speranza di trovare l'accoglienza che immagino. Confermo però che il teatro è più bisognoso di cura e forza».

Con cosa sei impegnato ora?

«A inizio anno cominciano le riprese della seconda stagione di Libera. E poi... mi taccio!»