RIVA. «Sono commosso». Sono state queste le prime parole che Federico Petroni, analista geopolitico della rivista italiana “Limes” - nonché coordinatore didattico della scuola annessa, ideatore degli approfondimenti sugli Stati Uniti sul periodico diretto da Lucio Caracciolo - ha rivolto agli studenti del Liceo Andrea Maffei di Riva del Garda, dopo aver appreso la scelta del prof. Paolo Fedrigotti (storia e filosofia) di nominare il progetto di approfondimento “Fiamme Americane”, titolo della rubrica di Petroni stesso.

«È importante, anche a Riva, guardare ciò che succede in America - ha spiegato l’esperto ai maffeiani in ascolto - perché ci permette di vedere negli Stati Uniti la principale fonte di instabilità mondiale. Le spaccature internazionali e la diffusione del caos trovano radice principale negli Usa. Non che la colpa sia soltanto americana, ma lì lo scontro è talmente profondo che le conseguenze si pagano in tutto il mondo». Tanti i temi sollevati dai ragazzi: multiculturalismo, immigrazione, repubblicani e democratici, socialismo, rapporto tra popolo ed istituzione, fiducia e odio politico, welfare, sanità, industria digitale. Dopo aver appreso con Carlo Cottarelli del duopolio di Usa e Cina, ecco i liceali addentrarsi nella crisi americana, ove «da un lato - ha sottolineato Petroni - vi è chi sostiene gli Usa come potenza universale e redentrice; dall’altro chi pretende si occupino di loro stessi». 

Petroni, perché ha scelto la geopolitica?

«Sin da piccolo mi appassionavano la storia, la geografia e i grandi imperi che le hanno segnate. La geopolitica connette questi elementi. All'università ho seguito le lezioni di Caracciolo e la mia entrata a Limes, 15 anni fa, è stata il proseguo naturale. Ho sempre avuto l'ambizione di provare a leggere la grande storia mentre accadeva per aiutare il mio Paese ad interpretarne gli eventi. Faccio la mia piccola parte provando a interpretare l'America, l'impero della nostra epoca. Sono nato e cresciuto negli anni '80 e '90, caratterizzati da una narrazione americana entrata poi in crisi nei decenni successivi. Credo sia fondamentale capire la crisi della prima potenza al mondo».

I maffeiani sono riusciti a cogliere gli input?

«Ho trovato un altissimo livello negli insegnanti, nei programmi e soprattutto negli studenti. Non mi è sembrata una scuola di provincia e lo dico con affetto, essendo cresciuto in un paesino di duemila anime. Il "Maffei" è la dimostrazione che il Trentino riesce a garantire grandi opportunità ai suoi ragazzi che, pur non abitando nelle metropoli, possono accedere a un'istruzione eccellente».

Perché i giovani dovrebbero informarsi?

«Spesso gli studenti delle superiori sono più brillanti degli universitari perché più aperti, più curiosi ed interessati alla radice dei quesiti e al bello. Il nostro periodo temporale è talmente rapido che risulta necessario comprendere come la storia sia, in primis, il motivo per cui stanno succedendo gli eventi. La scuola ha perso la capacità di connettere il passato al presente, la geopolitica può indicarle la via per riacciuffarla».

Il cambiamento auspicabile?

«Narrare processi che si colleghino al presente. Evitando, ad esempio, un forzoso collegamento tra Medioevo ed oggi. Piuttosto, aumentando lezioni di riepilogo capaci di connettere le varie epoche e spiegare le fonti dei dilemmi attuali. Raccontando la Prima Guerra Mondiale come l'inizio del periodo che stiamo vivendo, perché stiamo ancora facendo i conti con la distruzione degli imperi che dominavano il mondo, la cui esplosione ha innescato processi storici oggi non ancora conclusi. La questione tedesca infatti è ancora con noi: la Germania si sta riarmando e a fronte di ciò stanno tornando le stesse identiche paure dell'Europa d'inizio Novecento e della guerra fredda».

Come ne usciamo?

«Riscoprendo i legami sociali. Una parte delle grandi crisi geopolitiche in corso intreccia i problemi tecnologici a quelli antropologici. Sempre più soli e individualistici, con l'Intelligenza Artificiale che promette di sconvolgere il mondo e il collasso delle liberal-democrazie, assistiamo al venir meno delle basi di potere economico che consentivano alle stesse di fiorire. In Italia, se non alimentiamo i legami che ci tengono assieme, faremo molta fatica a navigare nelle difficoltà della storia. Dobbiamo sviluppare un punto di vista italiano sulle cose, perché è l'unità minima per poter contare, proteggere e salvaguardare degli interessi (ciò non vuol dire uscire dall'Ue). Siamo una società frammentata e divisa, dimentica persino della sua posizione geografica. Se non dibattiamo insieme sulle questioni che affliggono il Paese, quest'ultimo rischia di non esserci più. Trump è solo una comparsa. Certo, sta accelerando la profonda crisi degli Usa ma non è la causa, è un sintomo. Il rischio, per l'Italia, deriva dal fatto che i Paesi dell'Ue non hanno più ruolo né influenza».

Che forma prenderà tutto questo?

«Non ne ho la più pallida idea, ma sarà un periodo di slanci tremendi che cambieranno il modo in cui viviamo. Sicuramente, dobbiamo continuare ad informarci e pretendere che i politici affrontino i problemi invece del consueto chiacchiericcio italiano. I più intraprendenti dovrebbero entrare in politica e aiutare a costruire dei mezzi atti a proteggere la nostra comunità, avere una voce nelle guerre e nelle crisi che si combattono attorno a noi».