RIVA DEL GARDA. «La cecità? Fa parte di me, anzi mi consente di essere concentrata sulla musica». Ogni parola con cui Ciara Moser, bassista ipovedente di 28 anni, ha risposto a questa intervista descrive un modo di vivere la vita cui tutti noi dovremmo aspirare. Nata in Irlanda da papà austriaco e madre irlandese, è cresciuta in Austria dai 4 anni in poi. A 2 anni e mezzo, data la valenza del suono nella quotidianità di una persona cieca, suonava il violino. A 7 anni sono sopraggiunti il pianoforte classico, la batteria e le percussioni, mentre il basso è arrivato nell'adolescenza.

Specializzatasi in insegnamento all'Università di Musica e Arti dello Spettacolo di Vienna, nel 2018 è trasferita a Boston (Usa) per studiare al Berklee College of Music. Ciara si è laureata con il master in "Musica e performance contemporanea" a fine 2021 ed è stata premiata con il "Matt Marvuglio Student of the Year". Da alcune settimane vive a New York, dove insegna.

Tra le sue numerose tappe mondiali figura ora anche Riva del Garda. In formazione con gli "East Coast Cats" - i nostri lettori conoscono il gruppo perché in esso suona il batterista rivano Andrea Dionisi - si è esibita tra fine luglio e inizio agosto: dal PalaCongressi locale a Teatro Selva di Stenico, da Teatro Capovolto di Trento alla vicina Limone. Ad ospitarla con entusiasmo e trepidazione è stato il "MusicaRiva Festival", riferimento nel panorama musicale internazionale per il suo sguardo volto all'innovazione, ai giovani talenti e alla diffusione della cultura d'ambito.

Sul palco, oltre al già citato Dionisi, con Ciara Moser vi erano Christelle Pascal (voce), Lorenzo Bellini (pianoforte e tastiere), Luca De Toni (chitarra), Edouard Monnier (tromba) e Juan Saus Ruiz (alto sax). Sempre per "MusicaRiva", ha tenuto il workshop "Blind. So what?", illustrando le innovative tecniche di allenamento dell'orecchio, memorizzazione, strutturazione e analisi della musica per imparare a prepararsi con poco preavviso.

Ciara, quando si è manifestata l'ipovisione?
«Sono cieca dalla nascita, la diagnosi è arrivata ad 8 mesi. I miei genitori capirono qualcosa quando avevo 6 settimane, perché i miei occhi non mettevano a fuoco. Le disabilità visive, la cecità nello specifico, non hanno influenzato la mia vita come le persone potrebbero pensare. È una questione di atteggiamento, la cecità è parte di me. È simile alla statura, alla dimensione delle mani: ci sono sempre misure da prendere per affrontare le difficoltà che si incontrano, che tu sia cieco, piccolo o altro. Detto ciò, ho dovuto sviluppare strumenti per vivere in un mondo di vedenti che non è fatto per i ciechi. Non mancano le complicazioni se, ad esempio, devo trasferirmi in una nuova città: ho bisogno di trovare una sorta di ponte per vivervi. A New York conoscevo alcune persone e ciò mi ha consentito di ipotizzare come avrei gestito la situazione».
Che significa suonare da ipovedente?
«È parecchio importante. Noi musicisti ciechi, rispetto ai vedenti, abbiamo il vantaggio di non distrarci con ciò che vedono: da ciechi non leggiamo uno spartito mentre suoniamo, impariamo a memoria. Siamo più focalizzati sulla musica, su ciò che vogliamo trasmettere».
È stato complesso imparare a suonare il basso?
«Ogni strumento ha le sue difficoltà. È stato difficile ma anche facile. Difficile perché era un nuovo strumento, più grande del violino, richiedeva più forza nelle dita perché più legato al groove, al ritmo e al timing, quindi le priorità erano cambiate. Altresì, la mia precisione ritmica al violino è migliorata grazie al basso».
Quali sensazioni la spingono a comporre?
«Ascolto la musica, la assorbo e la memorizzo, grazie a tecniche per strutturare un brano in modo da renderne più facile il processo. Alcune di queste le ho insegnate nel workshop a Riva. Ci sono software accessibili che permettono di scrivere musica per persone cieche ma memorizzare non è mai stato un ostacolo, anzi è stato naturale e ora sono diventata veloce. Quando compongo adoro essere creativa, ma amo le scadenze. Ho capito, durante gli studi, che senza di esse non produrrei nulla. Per l'album "Blind" ho studiato la relazione tra musica e cecità. Il prossimo, invece, sarà un ritorno alle radici: scriverò musica irlandese e vi abbinerò poesie di autori irlandesi. Ho persino scoperto un poeta irlandese cieco e scelto opere di una poetessa femminista».
A chi si ispira?
«Ah, è complicato! Per il primo album, ai i Dirty Loops e gli Snarky Puppy, poi la band "Nowhere", Luis Cole. Nel mio periodo al "Berklee Global Jazz Institute" (dove ha seguito il master in Musica e cambiamento sociale, ndr) ho imparato a comporre con intenzionalità. Per il basso John Patitucci è stato un grande mentore, anche Victor Wooten. Poi il bassista e compositore brasiliano Michael Pipoquinha e Hadrien Feraud dalla Francia».
Quali traguardi la rendono orgogliosa?
«Forse l'ammissione al competitivo e ambizioso "Global Jazz Masters Program". Poi, la mia prima tournée internazionale con Danilo Pérez in Europa, ad Abu Dhabi e in Cile. Viaggiare all'estero per la musica era un grande obiettivo e sono felice di averlo raggiunto. Anche iniziare a insegnare al "Berklee" di Boston e avere i miei primi studenti privati: tengo lezioni online e in presenza. Un altro passo significativo è stato trasferirmi da sola a New York. Ho aperto una società. Quest'anno suonare con il batterista Nate Smith. Essere menzionata su la rivista "DownBeat" come "star nascente" dell'electric bass è stato considerevole. Nel 2024 ho ricevuto il "Next Jazz Legacy Award" da New Music USA e Terri Lyne Carrington, un premio che onora 7 donne nel jazz e le affianca a illustri mentori».
Come descriverebbe l'esperienza a Riva?
«Non ero mai stata a Riva, né sul lago di Garda. Mi è piaciuto moltissimo: un po' casa, perché vicina all'Austria, un po' lontana. Mi hanno colpito la gentilezza e l'accoglienza delle persone. Soprattutto dello staff del "MusicaRiva Festival", con cui abbiamo trascorso tanto tempo. Tutti davvero straordinari, cordiali, accoglienti. Non poteva esserci prima volta migliore per la mia prima partecipazione! Sono molto grata e soddisfatta di essere stata invitata e di aver rappresentato i musicisti ciechi. Spero di tornare: la zona è bellissima. Non è questione di "vedere" quanto sia bella: potevo sentirlo. Si percepisce il lago, come è costruita la città. Ci sono tanti piccoli dettagli che adoro».
Cosa direbbe ai giovani ipovedenti che vorrebbero suonare, ma il timore li frena?
«La paura è il peggior nemico. È solo nella mente: puoi spegnerla e controllarla. Quindi, se c'è qualcosa che vuoi fare (musica o altro) e vieni attaccato dalla paura, cerca di affrontarla. Più ti impegni, più sarai in grado di riuscirci. Il mio consiglio è: non mollare, datti una scossa. Ai bambini dico sempre di dare tutto quello che hanno».