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RIVA DEL GARDA. Tuffarsi dalla "Casa della trota", sorvolando il divieto d'accesso, è da considerarsi un'esperienza di cliff diving o un gesto d'incoscienza? Nato alla fine del Settecento quale rito di coraggio imposto ai guerrieri hawaiani, il cliff diving è uno sport estremo che consiste nel compiere tuffi lanciandosi da piattaforme elevate o da scogliere naturali, eseguendo diverse acrobazie prima di entrare in acqua. Nelle competizioni ufficiali, come la "Red Bull Cliff Diving", gli uomini si lanciano da 27 metri e le donne da 21 metri, raggiungendo in pochi secondi una velocità di circa 85-90 km/h.
Nei giorni scorsi sui social è diventato virale un breve videoclip nel quale si nota un gruppo di ragazzi intenti a tuffarsi dall'ex ristorante, dopo esservi entrati tramite un varco tra le reti - l'edificio, sito su particelle fondiarie del Comune di Ledro, è stato recentemente acquistato dalla Provincia Autonoma di Trento, nell'ambito del maxi progetto della «Ciclovia del Garda». In molti si sono complimentati per la prestazione, altri invece si sono chiesti se valga la pena rischiare la vita per divertimento.
«Pratico cliff diving da due anni - ci racconta Crazy Said, nickname del giovane milanese protagonista del video che ci ha chiesto di non rivelare la sua identità - prima mi dedicavo ai salti acrobatici in palestra e al parkour. Mi sono avvicinato a questa disciplina dopo aver notato un gruppo di giovani italiani intenti a praticarla, così ho iniziato a seguire le loro esperienze. Il cliff diving richiede un intenso allenamento. In aria, durante il tuffo, mi sento libero ed è una sensazione che si accosta alla bellezza di potersi spostare molto in Italia e in Europa. È una sfida contro sé stessi: gli amici ti spronano a dare di più, tifano affinché tu riesca ad eseguire un determinato trick. Una volta giunto in acqua la tensione svanisce e a travolgerti sono la gioia e l'orgoglio».
Il suo primo spot è stato a Campione, amore a prima vista. Alla "Casa della Trota", invece, non era mai stato. «È mèta ambita dai cliff diver tedeschi - spiega il giovane - ormai famosa grazie ai social. La legalità è una linea sottile, non lo nascondo. È chiaro che vi è il divieto di accedervi, ma se una persona vi accede senza arrecare danni, fa un paio di tuffi e se ne va, non crea problemi. Certo, la struttura è fatiscente e il divieto è a tutela della sicurezza. Eppure, i rischi sono decisamente maggiori se ci si lancia da una scogliera. Ci sono posti talmente spettacolari che da cliff diver vanno vissuti. Dopo qualche tuffo si torna a casa lasciando tutto come lo si era trovato, con rispetto verso il luogo».
La scorsa settimana il gruppo era a Macarsca (Croazia) per una gara e in agosto ha sperimentato l'area sarda di Rio Pitrisconi e Cala Goloritzè. Nella didascalia del video pubblicato su Youtube è stato specificato di non replicare i tuffi senza le competenze, la preparazione e la sicurezza necessarie.
«Amiamo esplorare - conclude Crazy Said - ciò non toglie l'importanza di valutare attentamente le condizioni di sicurezza e prendere precauzioni. Misuriamo l'altezza del punto di lancio e quella del fondale per il depth check, ossia il controllo della profondità e della pendenza. In questo modo capiamo quali acrobazie poter eseguire, a quale velocità e tempo. Deve esserci sempre qualcuno in acqua o vicino all'ingresso in essa. Niente tuffi da altezze esagerate o rasenti le rocce, non ne vale la pena. C'è un limite che non superiamo: pratichiamo cliff diving per passione e con coscienza».







