PERGINE. Il rapporto con il proprio capo di lavoro non sempre è dei migliori. Nel caso, finito sulla scrivania degli uffici del Comando della stazione Carabinieri di Pergine Valsugana, i rapporti tra superiore e subordinato hanno superato - secondo l'accusa - un limite, sfociando in vessazione.

I fatti contestati sarebbero avvenuti in un presidio di distribuzione decentrato presente sul territorio dell'Alta Valsugana, il 19 febbraio scorso, e vedono coinvolte due donne: la postina e la sua caposquadra.

«Alle ore 13.30 circa - sostiene la postina - mentre ero intenta a svolgere il mio lavoro, venivo avvicinata dalla Caposquadra del mio ufficio, la quale affermava: "Cerca di fare bene il tuo lavoro perché per me ti puoi licenziare perché non servi a un c***o"».

Successivamente a quanto accaduto, prosegue la postina riportando la sua versione dei fatti, «si è avviato un controllo sul mio operato pesandomi continuamente la posta e controllando la mia prestazione lavorativa mediante la pesa della posta». A detta sua, ciò sarebbe accaduto soltanto nei suoi confronti, portandola «a un forte stato di ansia sul luogo di lavoro».

Da quest'accusa e in questo contesto quindi è nata la denuncia formalizzata al comando della stazione dei carabinieri di Pergine. Alla luce dei fatti descritti, la postina ha sporto querela nei confronti della caposquadra, «ovvero nei confronti dei diversi soggetti responsabili che dovessero emergere nel corso delle indagini».

Saranno gli inquirenti a stabilire se effettivamente si possano configurare i reati previsti dall'articolo 590 (lesioni personali colpose, ndr) e 595 (diffamazione, ndr) del codice penale, «nonché tutti gli altri reati che l'autorità giudiziaria competente vorrà ravvisare nei fatti sopra esposti» come riportato nella denuncia. Infine, la postina che ha formulato l'atto di accusa si riserva di «costituirsi parte civile per il risarcimento dei danni materiali e morali subiti in conseguenza della condotta descritta».

La portalettere ha segnalato il fatto alla responsabile Risorse Umane di Verona. Esprime una condanna di quanto avvenuto la Cisal (Confederazione Italiana Sindacati Autonomi Lavoratori). Sarà compito del giudice ora stabilire se il comportamento tenuto dalla caposquadra costituisca reato o meno.