ROMENO. Nella notte di martedì è giunta la notizia: padre Camillo Calliari, missionario della Consolata da 53 anni in Tanzania, si è spento. All'alba il tam tam ha invaso molte case. Il fratello Fabio, che vive a maso San Bartolomeo, dove padre Camillo è nato, è stato sommerso da chiamate da mezza Italia. Già: "baba" Camillo era molto noto, non solo nella sua terra. Per il suo impegno in veste di sacerdote, ma anche (o soprattutto) per l'intenso lavoro da lui svolto per dare dignità e servizi alla "sua" gente, in Tanzania.

Ci era arrivato nel 1969, sua prima missione a Kisinga, dove non c'era neppure una chiesa. Ma a colpirlo era stato altro: nelle camere dei sacerdoti c'era una ricchezza sconosciuta da quelle parti, l'acqua corrente. I suoi fedeli dovevano fare chilometri per raccoglierne un secchio…

Nato in una famiglia contadina, aveva capito che fare missione significava anche dare dignità alle genti a lui affidate. «Sono andato a trovarlo ogni anno - testimonia il fratello Fabio -. Lui celebrava la messa del mattino, sempre molto partecipata, poi si metteva al lavoro».

Un "operaio" a servizio di tutti, amato dalle sue genti. Tanto che persino il "Giornale" di Montanelli, nel 1986, gli aveva dato molto spazio, inviando il giornalista Giorgio Torelli che poi aveva pubblicato il libro "Baba Camillo e altre storie d'Africa", riprendendo poi la narrazione nel 1998 con un secondo lavoro, "Il Vangelo della fatica - Nuove storie di Baba Camillo".

Quanto padre Camillo ha fatto, da quelle parti, è difficile elencarlo. Basti pensare che ora tutti i villaggi della "sua" missione sono provvisti di acqua potabile, a servizio di migliaia di persone. Un lavoro proseguito per decenni: le genti del posto eseguivano gli scavi e posavano le tubature, poi in Tanzania si recavano volontari italiani per il lavoro di collegamento della rete idrica. Alpini, amici, parenti, artigiani...

Un esempio? Gli alpini di Giussano da anni aiutano la missione di padre Camillo. Ogni anno 30 "penne nere" prendono le ferie e le trascorrono lì, per mettere a disposizione le proprie competenze e portare a conclusione i vari progetti. «Camillo non si mai fermato - sottolinea il fratello Fabio -. Nella sua missione non ha mai costruito chiese, sostenendo che quelle devono essere erette dai fedeli. Ha lavorato per portare acqua nei villaggi, per avviare una scuola professionale insegnando a centinaia di giovani l'idraulica, la meccanica, la falegnameria, l'elettrotecnica.

Ha realizzato un caseificio per trasformare il latte, ha sostenuto l'allevamento e la coltivazione. La sua ultima opera è stata la costruzione di un orfanatrofio, dove sono accolti un centinaio di bimbi giunti in pessime condizioni, vissuti e cresciuti grazie a mio fratello». "Baba" Camillo (in swaili "baba" significa "padre") è sempre rimasto in contatto con i suoi cari, grazie ad una radio. «Ci siamo sempre sentiti, ogni sera - testimonia Fabio -. Ci narrava ogni cosa, ci diceva cosa gli serviva...».

Non a caso, solo dal maso San Bartolomeo, verso le missioni di Baba Camillo, sono partiti almeno 50 container, contenenti di tutto; da vecchi trattori ad attrezzi agricoli, da generi alimentari a tubature, e via dicendo. Negli ultimi anni il missionario aveva dovuto rallentare il suo lavoro. Colpito da ischemia coronarica nel 2012, a dispetto dei medici aveva superato la crisi. Il tempo ha poi fatto il suo corso.

«Sono stato da lui un paio di mesi fa - spiega il fratello Fabio- . Si poteva intuire che l'ultimo atto non era lontano. Non riusciva più a percorrere il centinaio di metri che lo divideva dall'orfanatrofio, dove prima si recava ogni giorno. Erano però tutti i bambini ad andare da lui». Ora un funerale, lontano. «Non riusciamo ad andarci - ammette Fabio -. In pochi giorni, e in questo periodo di voli intasati per vacanze, non ci è possibile. Ci andremo a fine agosto, per recitare una preghiera sulla sua tomba».

D'altronde è lì che "baba" Camillo voleva rimanere. Tra le genti che ha amato, per le quali ha lavorato ogni giorno per una vita intera, dalle quali ha ricevuto mille ringraziamenti. Poteva tornare, avere cure migliori, riposo. Ma è nella "sua" casa che ha voluto rimanere per sempre.