PHOTO
TRENTO. «Ti ammazzo», «non vali niente». E ancora: «Tua figlia è una prostituta». Le minacce verbali dei vicini di casa nei confronti di un'altra coppia sono proseguite per due anni, quasi quotidianamente. E hanno assunto dei toni, se possibile, ancora più violenti in alcuni specifici episodi, dove c'è stata un'escalation vera e propria: l'uomo, imputato insieme alla moglie per atti persecutori in concorso, in un'occasione si sarebbe presentato addirittura con un'ascia in mano, urlando addosso alle due vittime.
«Venite giù che vi ammazzo», avrebbe detto, solo perché il locale caldaia era stato chiuso a chiave da loro. Tutti futili motivi legati a problemi condominiali che hanno portato un'intera famiglia, residente in Rotaliana, a vivere in uno stato di profonda angoscia e paura per la propria incolumità e quella dei loro figli.
Un incubo al quale la coppia ha voluto mettere la parola fine, presentando querela alle forze dell'ordine, poiché la situazione stava diventando di giorno in giorno sempre più insostenibile. Il caso, quindi, è approdato sul tavolo della Procura di Trento che ha aperto un fascicolo a carico dei due vicini di casa quarantenni che, accusati - come già accennato - di stalking in concorso, si dicono invece estranei ai fatti.
La storia risalirebbe al periodo compreso tra il 2020 e il 2021, quando fra i dirimpettai sarebbero avvenuti degli episodi - contestati dall'accusa - che hanno accentuato un rapporto già molto teso. Tutto sarebbe scaturito da piccoli "dispetti", poi sfociati in qualcosa di ben più pesante. Gli imputati, ad esempio, infastiditi dalla richiesta dei loro vicini di abbassare il volume della musica, avrebbero cominciato a provocare rumori ancora più forti, come di spostamento di mobili.
Sempre secondo le ricostruzioni, tra le azioni più gravi denunciate, spiccano quelle legate al locale caldaia, dov'era presene anche il contatore dell'acqua dell'altro nucleo famigliare.
Ma nell'estate del 2021 il quarantenne, alla presenza della moglie, arrabbiato per la chiusura a chiave dell'ingresso, avrebbe gettato con forza una pala contro una porta dei due vicini, inveendo contro di loro con tanto di insulti. Pochi giorni dopo, con il cellulare, sarebbe stato colto mentre riprendeva con il cellulare la vicina che rientrava a casa.
Oltre alle continue provocazioni, le parole da lui pronunciate avevano un certo peso. Con del carburante in casa, avrebbe dichiarato di «dare fuoco» alla vicina, «per farla saltare in aria». Così, per cercare di chiarire i contorni della vicenda, nel procedimento portato davanti alla giudice del tribunale di Trento, la dottoressa Claudia Miori, in sede dibattimentale, sono stati ascoltati dei testi.
Le vittime, rappresentate dall'avvocato Mattia Celva e costituite parte civile, hanno chiesto un risarcimento pari a 300mila euro. Dal canto loro, invece, i due imputati, difesi dall'avvocato Paolo Mazzoni, negano quanto gli è stato attribuito, dichiarando di non aver compiuto le azioni a loro contestate.


