TRENTO. La Fondazione Edmund Mach è pronta a volare nello spazio. Partecipa infatti al progetto Flex, acronimo di FLuorescence EXplorer, la missione innovativa dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) a cui partecipa anche l’Asi (Agenzia Spaziale Italiana) dedicata alla misurazione della fluorescenza delle piante, un indicatore diretto della loro attività di fotosintesi.

Previsto nel quarto trimestre del 2026 con un lancio su Vega-C dal centro spaziale della Guyana Francese, questo satellite opererà su un’orbita quasi polare a circa 814 km di altitudine, lavorando in tandem con un satellite Sentinel 3 nel quadro del programma Living Planet/Earth Explorer.

«La Fondazione – spiega Damiano Gianelle, dallo scorso ottobre alla guida del Centro Ricerca e Innovazione – ha acquisito ancora 4 anni fa una camera che misura la fluorescenza. Si tratta dello stesso modello, di cui esistono solo tre esemplari in tutto il mondo, sarà installata sul satellite Vega. Per questo l’Agenzia Spaziale Italiana ci ha commissionato una serie di lavori preparatori per sviluppare gli algoritmi che il satellite utilizzerà per dare una misura diretta degli stress a cui è sottoposta ogni singola pianta. Ora stiamo facendo un lavoro di calibrazione in modo da mettere a punto la camera».

Tutto questo studiando il meccanismo della fotosintesi. Come noto, durante questo processo le piante emettono una debole luce fluorescente, che risulta invisibile a occhio nudo. Esso rappresenta un indicatore molto preciso della loro efficienza energetica e salute complessiva. Flex misurerà questa fluorescenza, chiamata Sif (Solar-Induced chlorophyll Fluorescence), con una risoluzione spaziale di circa 300 metri e cicli di osservazione ripetuti ogni 27 giorni.

Il sistema sarà applicato sia su foreste che su ambienti agricoli per studiare come essi si comportano al variare delle condizioni di sole e acqua, in modo da capire come i cambiamenti climatici possono interferire sulla natura e sulle produzioni alimentari.

Questo è uno dei progetti in cui è impegnato il Centro Ricerca e Innovazione di San Michele, una realtà che oltre al proprio personale interno, ospita una media di un centinaio di dottorandi e visiting scientist stranieri ed è in grado di attirare finanziamenti esterni per oltre 9 milioni di euro, per la maggior parte da Pnrr e fondi europei, oltre ai 18 assicurati dalla Provincia nel 2025.

L’altro progetto in ambito forestale di cui la Fem è coordinatrice europea si chiama Remotrees, con l’obiettivo di monitorare foreste remote irraggiungibili in 14 siti sperimentali sparsi nel mondo, dall’Australia al Canada, dalla Nuova Zelanda all’Ecuador, dalla Cina alla Tanzania.

«Il primo traguardo che ci siamo posti – spiega Gianelle – è sviluppare sensori a basso consumo che misurino parametri come l’accrescimento delle foreste, l’umidità e la temperatura, oltre al trasporto idrico e allo stato di salute delle piante».

In tutto questo c’è anche un pizzico di Trentino visto che l’area test per sperimentare la strumentazione è stata individuata nei boschi della Val di Cembra.

«Queste misurazioni – continua – hanno come obiettivo quello di capire l’impatto dei cambiamenti climatici su queste foreste che di fatto sono sconosciute perché difficilmente raggiungibili e con difficili collegamenti satellitari. I risultati ci potranno permettere di capire come si evolveranno queste foreste nei prossimi decenni».

Un progetto, giunto ormai alla fine del secondo anno di attività, che ha un budget di 6 milioni di euro, suddivisi tra i 12 centri di ricerca europei e due aziende private. «Il prossimo passo sarà quello di installare i misuratori nelle foreste remote».

Un terzo filone di lavoro riguarda un progetto commissionato dal Servizio Foreste della Provincia per provare a capire come evolveranno i boschi trentini dopo il bostrico e immaginare quali tipologie di alberi è opportuno piantare considerando le mutazioni del clima.

A San Michele sono stati sviluppati e applicati diversi modelli. Emerge che, a livello generale, per evoluzione naturale si ridurrà l’areale dell’abete rosso, mentre aumenteranno le superfici idonee per faggio, tiglio, acero, frassino, ma anche per l’abete bianco, e per una specie mediterranea come il leccio. D.B.