ZAMBANA - Si dice che i giovani non sappiano cosa fare della propria vita. Si dice. Poi ci sono quelli che a 14 anni hanno già deciso con chi vorranno lavorare e che scelgono gli studi universitari in funzione dell'obiettivo che si sono dati. È il caso di Chiara Girardi (nella foto) di Zambana, 28 anni, che oggi alle 20.30 nella sala consiliare di Aldeno e domani alla stessa ora nel teatro comunale di Zambana (giocando in casa) racconterà di sé e di quel mondo di solidarietà in cui si è mossa negli ultimi anni come logista di Emergency. È proprio il Gruppo di Emergency di Trento a organizzare i due appuntamenti "I viaggi della cura" (il primo moderato da Sabrina Sandroni, il secondo da Giorgia Cardini, entrambe del giornale l'Adige), per presentare una figura diversa da quelle a cui solito si pensa parlando dell'organizzazione no profit fondata da Gino Strada. Ma andiamo con ordine: Chiara Girardi è ingegnere gestionale, laurea magistrale conseguita al Politecnico di Milano nel 2021. Fate bene a fare i conti: aveva solo 23 anni... «Ho sempre voluto fare questo lavoro, fin da quando a 14 anni ho trovato i libri di Gino Strada nella biblioteca di mio papà e li ho letti - racconta -. E quindi ho studiato per fare quello a cui puntavo».

Ma perché non infermiera o medico, ruoli che nell'immaginario "sono" Emergency?

«Perché, se fosse andata male, non avrei fatto il medico in Italia. E poi l'organizzazione è sempre stata più nelle mie corde e quindi ho deciso di fare questo, di studiare come logista».

E cosa fa, una logista?

«Si occupa della gestione organizzativa di tutto il materiale che serve a Emergency, dello spostamento di merci e persone, ma anche dello standard di pulizia e della manutenzione di un ospedale. È un hospital manager, lavoro per cui comunque non basta studiare perché, per quanto studi, in certe situazioni non sarai mai veramente pronto».

Quelle in cui si muove Emergency. Come ci è arrivata?

«Dopo la laurea ho iniziato a mandare curricula e a febbraio 2022 mi hanno chiamata proprio loro. Ho trascorso un periodo a Milano, a gestire le spedizioni per vari progetti, poi nel 2023 sono partita per il Sudan dove sono rimasta oltre un anno, a Port Sudan, mentre prima della guerra ero stata per un mese a Khartoum. La situazione nel 2023 era complessa perché la capitale di fatto era stata trasferita da Khartoum, caduta nelle mani dei ribelli, a Port Sudan e quindi bisognava ripensare tutta l'organizzazione facendo passare i materiali da un confine all'altro, trattando per questo. Gestivo lo sdoganamento e il trasporto interno delle merci, lo spostamento delle persone tra i tre ospedali di Emergency, la sicurezza, gli approvvigionamenti di cibo».

Poi, cosa ha fatto?

«Sono stata nel Mediterraneo, sulle navi in soccorso dei migranti, non di Emergency, quindi sono ripartita per l'Afghanistan, per Kabul e il Panshir: lì ho trovato una situazione meno pericolosa del pre 2021, quando gli attentati facevano arrivare negli ospedali decine di feriti alla volta. Chi prima si faceva esplodere, quando sono andata io, era già al governo. Ma la criminalità era in forte aumento, tutti avevano armi, e quindi i feriti non mancavano. Arrivavano donne che avevano tentato il suicidio, altre ferite, tanti bambini con lesioni da esplosioni di mine e uomini».

Il governo talebano che atteggiamento aveva, nei vostri confronti?

«Collaborativo, non hanno mai impedito alle donne che lavorano nei nostri ospedali di continuare a operare, mentre lo hanno fatto ad esempio con l'Onu».

E dopo l'Afghanistan?

«L'Uganda. A Entebbe, dove Emergency ha l'ospedale pediatrico, sono andata a marzo 2026, rientrando in Italia il 15 maggio, ossia il giorno prima che fosse dichiarata l'emergenza sanitaria per Ebola. Sono stata lì solo due mesi per un progetto specifico, l'implementaziuone del magazzino. Adesso mi riposo, poi a luglio torno in Sudan».