Il caso

Monte Terlago, due asini avvelenati nella fattoria didattica

Lusuardi, dell’azienda agricola bio “Maso Canova”: «Gesto meschino». I due animali morti dopo una settimana di agonia. Sporta denuncia: «Bocconi probabilmente per i cani da guardiania»

di Flavia Pedrini

MONTE TERLAGO. Prima il malessere dell'asinello di poco più di un anno, poi quello della mamma, che presentava gli stessi sintomi. Biscotto e Isma, questi i nomi dei due animali, nonostante il tempestivo intervento del veterinario, sono morti dopo giorni di agonia e sulle cause, come hanno evidenziato le analisi, non ci sono dubbi: sono stati avvelenati. Stefania Lusuardi, appassionata titolare dell'Azienda agricola bio e fattoria didattica «Maso Canova» di Monte Terlago, che accoglieva anche i due asinelli, ha deciso di denunciare in un post quando accaduto: «In me, oltre al grande dolore per questa perdita immensa, c'è anche la rabbia di chi non comprende e non può assolutamente perdonare un gesto così meschino, cattivo ed ignorante», scrive, ricordando anche «l'enorme fatica» affrontata insieme alla sua famiglia per dare vita a questo progetto.

Tutto è iniziato domenica 23 novembre. «L'asinello non si reggeva sulle gambe e lo abbiamo portato in casa, pensando che potesse dipendere dal freddo. - spiega -. Lo abbiamo curato con il veterinario, venuto più volte. Poi, mercoledì, abbiamo trovato stesa anche la mamma». A quel punto si è capito che si trattava di qualcosa di ben più grave. «Il veterinario - prosegue - ha proceduto con le analisi ed è risultato l'avvelenamento». Nonostante le cure i due asinelli, che potrebbero avere ingerito il veleno anche qualche settimana fa, domenica sono morti. «Adesso - prosegue - siamo in attesa della relazione scientifica, ma probabilmente i bocconi avvelenati erano destinati ai tre maremmani che usiamo come cani da guardiania».

Il pascolo è infatti vicino al bosco, dove ci sono lupi e orsi, in un'area, va precisato, lontana da quella dove si svolgono le attività didattiche. «Abbiamo adottato le necessarie strategie di difesa, mettendo anche i recinti elettrici, convinti che la coesistenza sia possibile», sottolinea Lusuardi, che ora si chiede se dietro questo gesto vigliacco possa esserci proprio un attacco al modo in cui la sua azienda ha costruito il rapporto con la natura e il territorio montano. Un approccio improntato alla sostenibilità, al rispetto della terra e degli animali. «In un Trentino dove le persone si accaniscono contro i grandi carnivori, trovare un allevatore che pratica la coesistenza, dimostrando che è possibile, forse è un sasso nella scarpa - osserva -. Sono partita da zero, pratico l'orticolo: dà fastidio in un Trentino monocultura, mi chiedo».

Domande che, per ora, sono destinate a rimare senza risposta. Resta l'amarezza per questo episodio brutale, al punto che la titolare si interroga sul futuro e su come si possa «vivere e lavorare in un luogo dove non mi vogliono». «È difficile sentirsi attaccata personalmente, anche se devo dire che ho ricevuto tantissime telefonate di sostegno e solidarietà». In questi anni, infatti, la fattoria didattica - che da otto anni accoglie anche un Agriasilo con 30 bambini - è diventata uno spazio prezioso di accoglienza e formazione. Qui arrivano scuole e cooperative sociali: «Lavoriamo anche a progetti di giustizia sociale riparativa con i minori e promuoviamo una cultura diversa del territorio e della montagna». L'imprenditrice ha sporto denuncia, con la speranza che si possa risalire al responsabile. «Perché - dice - chi compie una simile cattiveria verso un animale, può farlo anche verso un soggetto che non può difendersi».

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