Cembra, operaio pestato in una cava di porfido. Tre imputati: lesioni gravi e sequestro di persona

Tre imputati: lesioni gravi e sequestro di persona

Per un’ora è rimasto in balìa della furia cieca del suo datore di lavoro e di altri due individui: minacciato con una pistola a tamburo, legato, picchiato. Una crudeltà al limite delle sevizie. Sul corpo della vittima, un cinquantenne cinese assunto in una ditta che lavora il porfido, i tre aggressori hanno infierito con una punta metallica e con un pezzo in ferro. Questa è la ricostruzione di quanto accaduto una fredda sera di dicembre 2014 in un'area di lavorazione del porfido in val di Cembra. L’operaio, difeso dall’avvocato Giampiero Mattei, venne ricoverato al Santa Chiara con lesioni superiori ai 40 giorni di prognosi. Dopo una lunga riabilitazione, è alla ricerca di un lavoro in un settore che non sia quello del porfido. 
 
Tra l’operaio cinese e imprenditore, un 49enne macedone imputato dell’aggressione assieme ad altri due connazionali, c’erano stati alcuni screzi nei mesi precedenti, dissidi legati al mancato pagamento al dipendente di quanto gli spettava per il lavoro effettuato. In quel pomeriggio invernale, alle 18, avrebbero dovuto incontrarsi per un saldo del credito, vicino alla sede della ditta, in un piazzale condiviso con un’altra impresa del settore.
 
L’operaio era arrivato puntuale nella speranza di poter avere i compensi che gli spettavano. Sarebbe addirittura giunto a piedi in cava, da Pergine. Non vedendo il datore di lavoro, in lui sarebbe montata una rabbia incontrollata, che l’avrebbe spinto a danneggiare una macchina cubettatrice tagliandone un filo elettrico. L’operaio venne scoperto attraverso una fototrappola, installata a seguito di precedenti episodi di danneggiamento. L’allarme arrivò immediato sul cellulare dell’imprenditore che gestisce l’altra ditta che dà sul medesimo piazzale, e che subito avvisò un collaboratore e il datore di lavoro del cinese. 
 
I tre, accorsi nel cantiere per capire cosa stesse accadendo, avevano trovato il presunto responsabile dei danneggiamenti nascosto sotto una tettoia. In quel momento per l’operaio cinese iniziò l’incubo: le minacce con la pistola a tamburo, i colpi al volto con una torcia, così forti da fargli perdere i sensi, i morsi e la ferita provocatagli alle gambe con una punta metallica, le botte alla schiena. L’uomo era stato fatto rinvenire con una secchiata d’acqua fredda, quindi trascinato in uno spogliatoio, dove gli legarono le mani. Ed ancora: calci alla bocca, pugni al volto e botte con un pezzo di ferro. Un feroce pestaggio durato un’ora, secondo i riscontri degli inquirenti. Sarebbero stati gli stessi aggressori a fare in modo che i carabinieri arrivassero nel cantiere, dove veniva loro «consegnato» l’autore dei danneggiamenti.
  
I militari avevano trovato l’uomo con le mani ancora legate, bagnato, ferito, con gli occhi chiusi. Per comprendere quale sia stato l’incubo vissuto dall’uomo, bastano le contestazioni che la procura ha mosso contro gli imputati: sequestro di persona e lesioni gravi, con le aggravanti di aver agito in circostanze che ostacolavano la difesa (in una zona buia, isolata e, a quell’ora, poco frequentata), delle minacce di un’arma e di aver provocato l’indebolimento permanente dell’organo della masticazione. Per gli imputati è stato chiesto il rinvio a giudizio. «La vicenda presenta numerosi aspetti oscuri, che dovranno essere chiariti e che gli imputati non mancheranno di far presente - evidenzia l’avvocato Giuliano Valer, che difende i tre macedoni - Nei mesi precedenti i miei assistiti avevano patito danneggiamenti. Inoltre, le forze dell’ordine vennero avvisate nell’immediatezza dei fatti».
 
Marco Casagranda, sindaco di Lona Lases, evidenzia che i Comuni hanno pochi mezzi per controllare le attività del settore porfido.
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