SORAGA. Uscire da casa per un giro in bicicletta, ritornarci su una sedia a rotelle. In un attimo, la vita può imboccare strade che nessuno immagina di dover mai percorrere, soprattutto a 40 anni, nel pieno della forza e della salute, e con due figli piccoli da crescere.

È quanto è successo a Paolo, partito da Soraga il 25 aprile in sella alla sua bici e caduto rovinosamente mentre scendeva verso Predazzo, suo paese di origine. L’Sos al 112, scattato dallo smartwatch, il delicato recupero, il trasporto al S. Chiara di Trento, la diagnosi (due vertebre in frantumi), l’intervento, il ricovero in terapia intensiva e poi il lungo periodo di riabilitazione all’Ospedale Villa Rosa - cinque mesi per imparare a essere autonomo - costituiscono il film di questi ultimi sei mesi. Una pellicola già riavvolta, perché adesso quello che veramente conta è la “nuova vita”, quella che verrà.

Tornato definitivamente a casa nei giorni scorsi, Paolo la racconta insieme alla moglie Angela: «L’incidente mi ha lasciato paraplegico dalla vita in giù, ma grazie all’aiuto e all’umanità degli infermieri, dei medici e dei fisioterapisti il mio morale è rimasto alto. Da subito mi sono detto: o mi butto giù da una finestra, o inizio una nuova vita. Dovevo morire, non sono morto, e quello che conta è che posso stare con mia moglie, i miei figli, i miei amici».

Una casa da adeguare

Amici strepitosi, perché da subito si sono fatti in quattro, come tutta la comunità, anche per raccogliere fondi: «Noi abitiamo in una mansarda al terzo piano. Quando Paolo è tornato a casa la prima volta - ricorda Angela - non riusciva a entrare in camera, avevamo fatto l’isola in cucina ma girarci intorno con la sedia a rotelle è un problema. Così i miei genitori, che abitano nella nostra stessa casa, ci hanno dato l’appartamento a piano terra, dove trasferirci».

Un appartamento però da ristrutturare e adeguare alle esigenze di una persona con disabilità, un intervento molto costoso e ancora in corso: «Dopo un incidente di questo genere, lo Stato garantisce gli ausili di base, come la sedia a rotelle, ma per tutto il resto bisogna arrangiarsi. Serve un sollevatore per alzarsi autonomamente? Va comprato; serve il ruotino anteriore da agganciare alla sedia a rotelle per muoversi anche in paese? Va comprato. Bisogna adeguare l’auto, per tornare a guidare? Servono soldi. Sulle spese di ristrutturazione si recupera il 50% per alcune cose, non di più. Insomma, ti hanno insegnato a muoverti in autonomia, a Villa Rosa, ma poi quando esci è tutto da adeguare».

Proprio i terapisti occupazionali dell’ospedale riabilitativo pubblico di Pergine hanno indicato a Paolo e Angela cosa prevedere e cosa no, nel nuovo appartamento che dovrebbe essere pronto entro tre settimane: «Un momento importante, perché ci consentirà di dormire di nuovo tutti insieme, visto che Paolo non può stare con noi al terzo piano. Una cosa di cui i bimbi soffrono un po’».

I bambini e il lavoro

Ecco i bambini, due maschietti di 5 e 7 anni. Come hanno vissuto quanto successo? «Per loro - risponde Angela - all’inizio è stato difficile perché non potevano vedere Paolo, che era in terapia intensiva. Temevano fosse morto. Poi, coi medici e la psicologa è stato fatto un incontro preparatorio su quello che era successo e quindi hanno potuto rivedere il papà, in modo tutelato perché era ancora nel reparto in stanza con altre persone. Da quel momento, vedendo noi sereni, anche loro l’hanno presa abbastanza bene».

E il lavoro? «Ho gestito una cartoleria per 22 anni a Predazzo - racconta Paolo - poi, proprio quest’anno, ho deciso di cambiare e di impegnarmi nella falegnameria di mio fratello. Adesso sono ancora in malattia, ma a breve ricomincerò. Svolgerò mansioni amministrative, il che mi darà la possibilità di lavorare anche da casa quando non me la sentirò di andare di persona». E i riflessi sul lavoro di Angela? «I miei responsabili hanno capito immediatamente la mia esigenza di stare vicina a Paolo, così mi sono presa del tempo, adesso, per aiutarci a ricostruire la routine familiare».

La forza della comunità

Chi vi ha aiutati di più in questi mesi? «Tutti, dai vicini di casa ai parenti agli amici, subito “arruolati” anche solo per assistere Paolo nella salita delle scale quando rientrava dal Villa Rosa nel weekend. E poi l’associazione Bambi, che ci ha contattati quando ancora non sapevamo a cosa andavamo incontro, anche economicamente, quindi tante altre associazioni piccole e grandi, la comunità che ha organizzato eventi e raccolto donazioni, le società, le aziende. In paesi come i nostri tutti sanno quello che succede ai vicini: a volte è fastidioso, ma quando ti succede qualcosa la gente ti vede, capisce le tue difficoltà e non rischi di diventare un’ombra come magari accade nelle città. Certo, bisogna saper aiutare, ma bisogna anche saper chiedere aiuto». Un aiuto che, come scriviamo a destra, si può continuare a dare.