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TRENTO. La tragedia di Mottarone e quella del 1976 sul Cermis. Quando hanno appreso la notizia il sindaco di Cavalese Sergio Finato e il commissario della Comunità della valle di Fiemme Giovanni Zanon hanno scritto una lettera alla sindaca, Marcella Severino, per esprimere "vicinanza e solidarietà alla comunità di Stresa". Perché in Trentino il ricordo della tragedia del 1976 - come di quella del 1998 con 20 morti provocati da un aereo militare Usa che tranciò i cavi della funivia - è ancora vivo e, ricorda il cronista Luigi Sardi, le analogie non mancano.
Sardi, classe 1939, decano del giornalismo trentino, come inviato speciale del quotidiano Alto Adige si recò sul posto quel martedì 9 marzo 1976. La cabina rossa numero 1 carica di sciatori si era bloccata dopo che la fune traente dell'impianto si era accavallata a quella portante: "A quel punto il manovratore senza patente Carlo Schwaizer chiamò chi di dovere chiedendo che cosa fare e gli venne detto 'portala giù'. Lui la fece ripartire, la fune traente segò quella portante e la cabina precipitò", racconta Sardi.
Sul Cermis ci furono 42 morti tra le lamiere e una sola superstite, Alessandra Piovesana, morta nel 2009, che all'epoca aveva 14 anni, salvata dai corpi degli altri passeggeri. Come accaduto al piccolo Eitan Moshe Biran, il bambino di 5 anni sopravvissuto alla tragedia del Mottarone, dove sono morti il papà, la mamma, il fratellino di 2 anni, il bisnonno materno, la compagna di quest'ultimo e altre 9 persone. "La tragedia di Mottarone me la ricorda in maniera perfetta, è la brutta copia della prima tragedia del Cermis", afferma ancora Sardi. "
Sul Cermis si tendeva ad escludere il rallentamento della cabina nell'avvicinarsi ai piloni di sostegno: più andavano veloci le 'gondole', più si poteva guadagnare tempo. Qui poi c'è, pare, qualche cosa di più, cioè l'esclusione dei freni di sicurezza", afferma il giornalista. Nel primo dei due processi seguiti al disastro del Cermis venne condannato a tre anni di reclusione proprio il manovratore che, si scoprì, era senza il patentino. Dopo la riapertura dell'inchiesta, quando emerse che l'ordine alla manovra gli era stato dato per telefono dal caposervizio di turno, venne condannato anche Aldo Gianmoena.
Per entrambi l'accusa fu di omicidio colposo. Schweizer, da molti considerato un capro espiatorio per aver sostanzialmente eseguito un ordine, pubblicamente pagò il prezzo più alto e morì nell'estate del 1998. Ha scritto il giornalista Alberto Folgheraiter: "Ogni anno, come un fastidioso pungolo, riapriva le sue e le nostre ferite di cronisti sbigottiti, le cospargeva con l'aceto della memoria, e ci imponeva di ricordare. Diceva: 'Domani è l'anniversario. Fate del vostro meglio'. Salutava sottovoce e se ne tornava in Val di Fiemme, alla sua solitudine, a quei fantasmi che cercava di esorcizzare con un bicchiere".


