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MOENA. «La morte fa parte della vita, eppure a volte arriva in maniera sconcertante». Lo ha detto don Gianni Damolin, ma sono in tanti in questi giorni a pensarlo. Gianna Sommavilla amava il suo territorio, i prati, i pascoli e gli animali, ed è quella stessa natura la causa della gran folla di lunedì pomeriggio, arrivata a Moena per salutarla, per l'ultima volta.
Una puntura di zecca se l'è portata via, lei, una donna dalla scorza dura che nascondeva un'anima buona ma soprattutto fedele, fiera, coerente. L'encefalite sopraggiunta a seguito della puntura dell'insetto avvenuta l'8 giugno scorso, nonostante le tempestive e intensive cure prima all'ospedale di Cavalese poi al Santa Chiara di Trento, ha causato la sua morte venerdì scorso, 10 luglio.
«Vita e morte rispondono a una logica non umana. Il suo impegno e la sua fede che affondava le radici nel passato guardando al futuro, il suo amore per la natura, sono come l'acqua data agli apostoli» ha detto il parroco durante l'omelia, piccoli e semplici gesti, di cui il Padre si ricorderà. «A chi ha vissuto, lavorato, discusso con lei, rimanga l'immagine del Signore che la prende e la conduce con sé».
Schützen e marketenderin, ex studenti e insegnanti, gente comune, hanno riempito la Chiesa di San Vigilio e quasi Gianna sembrava essere ancora lì a dare ordini e a spiegare come s'ha da fare. I ricordi vengono letti in ladino, «se fossero stati in italiano avresti avuto da ridire» ricorda una collega marketendera, «abbiamo sperato fino alla fine tu potessi tornare tra noi, tu, scrigno prezioso della storia di Fassa e del Tirolo, ci hai tramandato l'amore per queste due terre».
Gianna Sommavilla con orgoglio indossava l'abito tradizionale, e sono poche o nulle le volte che ha mancato un appuntamento, sia istituzionale sia ricreativo. «Ci hai insegnato che portare l'abito non è abbastanza: è con l'esempio, è vivendo ogni giorno, dalla lingua al territorio alla cultura, che la tradizione si rispetta».
Gianna Sommavilla, 76 anni, pensionata, aveva lavorato all'Istituto d'arte Giuseppe Soraperra di Pozza. Col camice bianco, sporco di vernice e di colori, anche nei laboratori artistici portava le prerogative che la contraddistinguevano. Lo ha ricordato Mirella Florian, ex Sorastant della Scuola Ladina. «Dignità, ordine e qualità della scuola, questo ti importava, non la visibilità. Nonostante questa morte ingiusta, non vogliamo ricordarti con tristezza, ma con affetto e riconoscenza perché a scuola svolgevi con passione e serietà sia l'azione educativa che quella artistica».
E ancora dal mondo della scuola, ben rappresentato tra i banchi della chiesa visto che anche la figlia Margherita ha seguito la strada della mamma ed è insegnante di educazione fisica, a portare il ricordo della figura di Gianna è Mattea Eccher, prof che da settembre salirà al piano alto del Sorastant. E poi Fernando Brunel per Union di Ladins a ricordare il suo impegno per la salvaguardia della lingua e della cultura.
Gianna non aveva paura di sporcarsi le mani, con le mani nella terra seminava e la terra dava i suoi frutti. Così ha seminato anche cuori, tramandando l'amore per la storia, per gli antenati, per la lingua, i cavalli e l'arte. Due spari a salve della Schützenkompanie l'hanno salutata e col suo cappello appoggiato sulla bara Gianna se n'è andata.


