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LAGO DI TESERO. La divisa è quella dei volontari, il sorriso è quello di chi è abituato ad ascoltare. All'ufficio informazioni per gli atleti, tra badge, mappe e indicazioni logistiche, don Daniele Laghi è uno dei tanti volti che tengono in piedi la macchina delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026.
«Sono qui a Tesero come volontario, all'ufficio informazioni per gli atleti», racconta. «E mi pongo anche come riferimento, se qualcuno avesse bisogno di confrontarsi, di qualsiasi cosa. Siamo in tanti, ed è bello così: un gruppo che arriva da diverse parti d'Italia. È un'occasione particolare, unica».
Un'occasione che però va incastrata nella vita di tutti i giorni. «Bisogna organizzarsi. Le parrocchie, il volontariato, il trasporto... Non è semplice, ma si fa». Dopo tre giorni a Tesero, una pausa. Quindi il ritorno previsto per il 18 del mese e la permanenza fino alla fine dei Giochi. E non solo: «Ci rivediamo anche per le Paralimpiadi. Per certi aspetti mi interessano ancora di più».
Il motivo non è tecnico, ma umano. «Il mondo paralimpico sta crescendo molto, giustamente, anche come universo di integrazione. Dal punto di vista dell'accoglienza e dell'attenzione alla persona è qualcosa che mi incuriosisce molto. Mi dicono che gli atleti paralimpici hanno un fuoco, un entusiasmo, una passione davvero particolari. Sarà bello vederlo sul campo».
Intanto, il presente è già travolgente. «È la prima Olimpiade invernale che vivo da dentro. Un'esperienza unica». Don Daniele non è nuovo ai grandi eventi sportivi: segue il ciclismo, ha respirato l'atmosfera del Giro d'Italia e del Tour de France. «Sono il massimo nel loro ambito. Ma le Olimpiadi sono un'altra cosa».
In che senso? «Sono gigantesche. Una macchina organizzativa enorme. Gli impianti, i controlli, i servizi... È una roba che non avevo mai visto. Ci sono capi di Stato, presidenti, ministri. L'altro giorno ne abbiamo visti due. È tutto di un livello altissimo. Forse la Coppa del Mondo di calcio può essere paragonabile per dimensioni, ma qui c'è qualcosa di ancora più universale». Eppure, dentro questa struttura imponente, il suo ruolo resta semplice: esserci. «Essendo da solo in parrocchia, devo incastrare bene gli orari, le Messe, gli impegni. Qui sono molto disponibili, cercano di mettermi nei turni che mi permettano di salire e scendere. Finora sta funzionando».
Non è stato un percorso lineare. L'anno scorso aveva presentato domanda come volontario. «In estate mi avevano risposto di no. Non avevo letto bene le indicazioni e non avevo capito che per alcuni ruoli si teneva conto anche della qualifica ecclesiastica. Avevano già scelto altre persone». Nessuna polemica, solo un fraintendimento. «Io non pensavo di svolgere un compito prettamente pastorale, ma di fare il normale volontario. Poi, se qualcuno sentisse il bisogno di confidarsi, offrire il mio appoggio».
Chiarito l'equivoco, la porta si è riaperta. «Ho rifatto la domanda, ho seguito il corso e tutto l'iter previsto. Mi sono iscritto come tutti, senza privilegi». E oggi è qui, tra atleti, volontari e dirigenti, a muoversi con naturalezza in una dimensione che mescola sport e relazioni, performance e fragilità.
Il bilancio? «Molto positivo. Anche solo vedere da vicino un mondo così grande...». E forse è proprio questo lo sguardo che rende particolare la sua presenza: in mezzo alla competizione, alla pressione e ai cronometri, un sacerdote volontario che osserva, ascolta, accoglie. Senza clamore. Ma dentro la grandezza di un evento che, come dice lui, «è una roba gigante».


