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LEDRO - Sabato 29 agosto alle 21 Piazza Müllheim a Pieve accoglierà il giornalista Gianluca Zanella, autore del libro Nel sangue di Garlasco. Il mistero oltre la sentenza, la verità oltre il silenzio (Ponte alle Grazie, 2025). Fondatore di "DarkSide. Storia segreta d'Italia", dialogherà con Cristina Sartori, criminalista e presidente della Pro Loco di Pieve. Quest'ultima ha promosso l'incontro in seno alla rassegna estiva "Pieve Pensa": in caso di pioggia il pubblico sarà atteso nella «Sala al lago».
Gianluca, perché l'attenzione mediatica su Garlasco non ha eguali?
«Domanda difficile, me lo chiedo anche io. Quando ho iniziato a scrivere di Garlasco i grandi media non se ne stavano più occupando. Era il 2020, i miei articoli uscivano online su Il Giornale e il numero dei lettori schizzava, tanto da trainare la giornata. Conseguentemente, fioccavano i commenti e mi stupivo della rabbia di tante persone che mi accusavano di riesumare un caso avente già un colpevole. Una doccia fredda, non lo nego: scrivevo di tanto altro ma era come se fossi solo "quello di Garlasco". Poi, la riapertura delle indagini ha dato man forte e l'appeal mediatico ha avuto un'accelerata con il nuovo uso dei social: non più mezzo di condivisione ma di informazione. Le dirette streaming hanno ridotto la tipica distanza tra tv e utente».
Cosa pensa del ruolo degli Youtuber?
«Youtube è uno strumento eccezionale ma privo di una reale regolamentazione. In molti Youtuber manca la percezione del proprio peso, di quanto la loro opinione muova quella altrui. Servirebbe maggior cautela: sono state cavalcate teorie che, pur prive di basi concrete e logica, hanno macinato centinaia di migliaia di ascolti, distraendo l'opinione pubblica. Inizialmente la gente è rimasta delusa dall'assenza nel mio libro di quello che aveva sentito per oltre un anno: Madonna delle Bozzole, sorelle Cappa, satanismo. La gente resta infatuata da aspettative che non si realizzano per mancanza di presupposti e si stupisce se alla spettacolarizzazione non coincide la realtà dei fatti».
Si arriverà mai a una verità processuale?
«Lo spero per i coinvolti. È l'ultima occasione per mettere un punto alla vicenda ed evitare che la loro vita venga nuovamente scombussolata. Mi riferisco alle famiglie Poggi, Stasi, Sempio e ad ogni singolo interessato. Gli elementi raccolti finora sono solidi e preoccupanti. Posso immaginare su cosa vertano gli ulteriori accertamenti ora in esecuzione, mi aspetto evidenze che puntellino ciò che già c'è agli atti e che si arrivi a un processo. Non so se Andrea Sempio sia innocente o colpevole: i documenti fanno capire che ciò che si ha su di lui è molto più grave rispetto a ciò che si ha mai avuto su Stasi. Giustizia sarà fatta con la sua condanna? Ho i miei dubbi. Se ci sarà la condanna dovremo chiederci se abbia goduto del silenzio di qualcuno. Giustizia sarà fatta quando chi ha coperto ciò che è stato nascosto pagherà per le sue azioni. Credo alla semplicità dei rapporti umani, alle dinamiche naturali tra chi si conosce. Chi ha ucciso Chiara Poggi non può averlo taciuto a tutti».
Sostiene l'innocenza di Alberto Stasi: cosa non torna nella sua condanna?
«Stasi è stato condannato dopo due assoluzioni con un impianto indiziario che contava 7 indizi, smontati dai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano lo scorso maggio. Per Sempio sono 21, considerati gravi, precisi e concordanti. Il movente non è mai stato chiarito. Non si può essere condannati con una sentenza come quella ricevuta da Stasi. Non nel nome del popolo italiano».
In questo ecosistema noir, come l'ha definito, non mancano avvenimenti inquietanti come i suicidi di alcuni giovani.
«Non li ritengo collegati all'omicidio di Chiara Poggi. Tuttavia, raccontano di un contesto sociale fatto di relazioni e storie che si potrebbero approfondire. L'unico suicidio che potrebbe essere legato al delitto è quello di Giovanni Ferri, 88enne dirimpettaio della famiglia Sempio all'epoca dei fatti, trovato con gola e polsi tagliati. Gli inquirenti stanno cercando il suo fascicolo. Il loro lavoro sta portando alla luce un sistema che ha protetto se stesso e generato mostri. Alla fine, non troveremo un uomo che tutto ha manovrato ma una serie di miserie umane, errori, protagonismo e incompetenze».
Il rischio è dimenticarsi ancora una volta della vittima, Chiara Poggi.
«Assolutamente. Le guerre tra avvocati, tra giornalisti e i presunti depistaggi sono rumore di fondo che allontana la verità e fa perdere di vista Chiara Poggi, della quale abbiamo in mente il sorriso ma non conosciamo altro. Avrebbe aiutato sapere di più dell'ultimo periodo della sua vita».
Che effetto ha sul cittadino questo caso?
«Si ripete spesso di pregare affinché nessuno finisca nella macchina della giustizia. Io invito a vedere il bicchiere mezzo pieno: Garlasco è errore giudiziario terribile ma la Procura e i carabinieri stanno rivalutando criticamente il lavoro dei colleghi, questo deve dare speranza».
Sabato il pubblico tornerà a casa con più dubbi o certezze?
«Spero senza dubbi ma non con certezze, sono il primo a non averne. Il mio sarà un racconto basato sui fatti: se avanzerò delle ipotesi personali, lo dirò».


