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ARCO. Figura centrale dell’aviazione italiana e planetaria del primo Novecento, Gianni Caproni nato ad Arco nel 1886 e morto a Roma nel 1957, fu ingegnere geniale e imprenditore internazionale. La sua storia ha attraversato le grandi trasformazioni tecnologiche della prima metà del secolo ventesimo ma si è intrecciata anche con le vicende politiche dell’Italia liberale, del Fascismo e delle guerre che ne segnarono la storia. (Nella foto in alto Mussolini visita la fabbrica Caproni di Taliedo nel 1936, con Gianni Caproni – Archivio Luce. Sotto, Seldte alla Caproni con Gianni Caproni nel 1940).
Caproni ha contribuito in modo decisivo allo sviluppo del bombardiere moderno; durante la Prima guerra mondiale ha progettato e realizzato i suoi celebri trimotori, utilizzati dal Corpo aeronautico militare italiano e adottati anche dagli alleati, in particolare dagli Stati Uniti.
Con l’avvento del Fascismo, il rapporto tra Caproni e il regime è diventato sempre più stretto. L’industriale trentino ha visto in Benito Mussolini un sostenitore del settore aeronautico, dei propri progetti e, di conseguenza, un alleato ideale per espandere la propria rete di stabilimenti, facendone negli anni Trenta un grande gruppo industriale di livello internazionale. Il punto più controverso di questa collaborazione emerge durante la guerra italiana all’Etiopia (1935-36), conflitto sanguinoso, che costò la vita a circa 350 mila persone tra combattenti e civili etiopi. In questa campagna coloniale, l’aeronautica fascista ha impiegato i bombardieri Caproni, che hanno sganciato tra l’altro centinaia di ordigni chimici, in particolare le bombe C500T all’iprite (cfr. Angelo del Boca, I gas di Mussolini, Editori riuniti; dove lo storico smaschera il negazionista Indro Montanelli); a seconda delle fonti storiche sono state usate tra le 900 e le 3.600 bombe all’iprite (tra 200 e 1.000 tonnellate); l’iprite provocava ustioni e vesciche dolorose, danni corneali permanenti o cecità temporanea, febbre, nausea, vomito, insufficienza respiratoria e morte. (Nella foto sotto Caproni Ca.133 in Etiopia, 1936-1940, ndr)
Il gruppo Caproni ha avuto un ruolo, sebbene minore rispetto alla guerra d’Etiopia, anche durante la guerra civile spagnola (1936-39) a fianco del dittatore Francisco Franco. Caproni nel secondo dopoguerra tentò invano di rilanciare l’azienda nell’ambito dell’aviazione civile e dei trasporti.
Lorenzo Gardumi è ricercatore presso la Fondazione Museo storico del Trentino e responsabile scientifico del Museo Caproni.
Lorenzo Gardumi, il genio aeronautico di Giovanni Battista, Gianni, Caproni è antecedente alla Prima guerra mondiale ma è stato con essa che gli sono arrivati i finanziamenti per costruire e per procedere con le sue idee e i suoi progetti.
«È inevitabile che ci sia questo connubio tra Caproni, imprenditore che produce mezzi da guerra, e uno Stato che è impegnato in un conflitto. La Prima guerra mondiale è il trampolino di lancio per Caproni, all’epoca i trasporti civili aerei erano embrionali e le commesse dello Stato erano l’unica fonte di ordini».
Quanti sono stati allora gli aerei prodotti dalla Caproni?
«Su 12 mila velivoli prodotti dall’Italia sono stati circa 700 gli aerei Caproni. Lui è un patriota, si sente italiano, e non a caso da Arco, ancora impero austro-ungarico, si trasferisce in Lombardia, non solo per le condizioni morfologiche più adatte al volo ma anche per motivi politici».
La Seconda guerra mondiale invece ne ha segnato il declino?
«In uno scenario caratterizzato dall’arretratezza generale economica e industriale del Paese, la produzione aerea è il tallone d’Achille del sistema militare nazionale: si punta su un’innumerevole gamma di velivoli di diverse prestazioni e qualità invece che focalizzarsi su modelli standard efficaci. Durante il secondo conflitto mondiale l’Italia produce 12 mila aerei, tanto quanto realizzato nel primo, mentre Gran Bretagna o Germania puntano su velivoli con prestazioni soddisfacenti e in grandi numeri: gli Stati uniti ne producono 300 mila; 134 mila gli inglesi e 124 mila i tedeschi. Il gruppo Caproni, ad ogni modo arriva ad assumere quasi 40 mila operai e impiegati, un’espansione impetuosa dovuta allo sforzo bellico in atto».
Quanto forte è stato il legame tra Gianni Caproni, il Fascismo e Benito Mussolini?
«Il rapporto tra Caproni e il Fascismo è quello che lega tutta l’alta borghesia e l’imprenditoria italiane del tempo; è il legame con lo Stato italiano, che Caproni aveva avviato già durante la Prima guerra mondiale. Il rapporto prosegue anche dopo il 1922, con l’avvento del regime fascista, che da quel momento incarna lo Stato italiano».
Durante la guerra coloniale italiana in Etiopia furono usati i velivoli Caproni per bombardare anche con bombe all’iprite il popolo e i combattenti etiopi.
«I modelli Ca.111 e Ca.133 sono i principali bombardieri che vengono impiegati durante la guerra d’Etiopia e sono usati anche per sganciare bombe caricate a gas. In quel momento e in quella guerra, i Caproni sono i bombardieri di punta della Regia aeronautica».
Nella guerra civile di Spagna a sostegno di Francisco Franco invece? Su Guernica sono stati usati aerei Caproni?
«Su Guernica sono utilizzati velivoli soprattutto tedeschi. Tra quelli italiani non ci sono Caproni».
Nel saggio Storie industriali, passato e presente nel sudest di Milano, edito da Quattro nel 2010 a cura di Stefania Aleni e Vito Redaelli, viene intervistato Giovanni Caproni, figlio di Gianni. Alla domanda “Suo padre era molto esposto politicamente durante il fascismo, era una figura pubblica di rilievo del regime?” risponde: “Sì, certo, mio padre era fascista, presente a fianco di Mussolini, in divisa durante le manifestazioni, non nascondeva le proprie idee ed era amico di Mussolini già prima del 28 ottobre 1922. Mentre il senatore Agnelli manteneva una certa freddezza, mio padre era entusiasta della politica di grandezza dell’impero”.
«Il patriottismo di Caproni durante la Prima guerra mondiale prosegue a guerra finita, riconoscendosi negli slogan della dittatura ma confondendone l’essenza aggressiva e demagogica, che poco aveva a che spartire con le ragioni, nazionali e patriottiche, dell’irredentismo trentino. Nel complesso, il rapporto con Mussolini non è così lineare e appiattito. Caproni si sente più vicino a una figura come Italo Balbo e non sempre è d’accordo con le decisioni del duce: è contrario all’alleanza con la Germania nazista e mi pare sia abbastanza critico sulle leggi razziali. È inevitabile che vi sia stato un coinvolgimento di Caproni in un regime come quello fascista, capace dapprima di silenziare il dissenso e poi di mobilitare totalitariamente l’intera società italiana: del resto, solo coloro che scelsero l’esilio all’estero o languirono nelle carceri e al confino potevano definirsi effettivamente antifascisti, gli altri o credettero veramente nel Fascismo o mantennero un’intima opposizione alla dittatura, al sicuro delle mura domestiche».
Nel 1946 si diede alla latitanza, fu processato e anche assolto.
«Sì, fu processato per collaborazionismo, perché le imprese Caproni continuarono a produrre anche durante l’occupazione tedesca. È questo un aspetto che chiama in causa tutta l’industria italiana. Poi quanto il contributo economico e industriale sia stato effettivamente vantaggioso per l’occupante è un altro paio di maniche: dietro c’è comunque una classe operaia ostile, che sabota la produzione. Sicuramente il Terzo Reich sfrutta le ricchezze dell’Italia settentrionale, con il più o meno tacito consenso delle autorità della Repubblica sociale italiana: più difficile è stabilire, allora come oggi, il grado di corresponsabilità dei capitalisti italiani».
Qualcuno sostiene che la sua assoluzione al processo di collaborazione fu anche per mantenere aperte le fabbriche in Italia, non farle trasferire in Germania e non lasciare a piedi i lavoratori.
«È la classica ambiguità in cui si viene a trovare un imprenditore in un frangente difficilissimo e complicato come quello di una guerra totale e di una guerra civile. Non si sa fino a che punto il salvataggio compiuto delle fabbriche, lasciandole in Italia senza spedirle in Germania, fosse anche per salvare operai e partigiani che si mescolavano al mondo operaio. Di norma, la classe imprenditoriale riuscì a evitare l'invio di macchinari e maestranze. Che questo spieghi l'assoluzione di Caproni è un'altra questione: tutti gli italiani furono assolti, a parte qualche caso isolato, sia dai rapporti col Fascismo sia dalla collaborazione data ai nazisti... Non sarebbero bastate le prigioni ad accogliere un intero popolo, è però lo scotto che paghiamo ancora oggi, quello di non aver fatto veramente i conti col regime».
Il declino dopo la seconda guerra.
«Ciò che penalizza Caproni è il venir meno dopo gli anni ‘30 di tutte le relazioni con le grandi case americane e internazionali. Viene isolato forse anche perché il suo nome era stato troppo vicino al duce».
Lo si ricorda ancora oggi.
«Caproni come progettista e visionario, non come imprenditore, ha segnato la cultura e l’immaginario aeronautico fino ai giorni nostri: basti pensare al film di Miyazaki Si alza il vento».
Caproni, per la sua collaborazione con il Fascismo e il coinvolgimento nella guerra coloniale, non si è posto problemi di coscienza?
«È una domanda che sarebbe stato bene rivolgere a lui. E al capitalismo: ieri come oggi».




