L’intervista

La psicologa nell’area dell’età evolutiva Angelica Zanlucchi: «Centralità del virtuale e troppi modelli fittizi»

"Siamo di fronte a ragazzi con risorse e talenti, che faticano a coglierli in prima persona e a condividerli con il "reale". Molti di loro vengono al mio sportello spontaneamente, vogliono stare meglio. Fa sperare in un futuro più consapevole"

di Elena Piva

LEDRO. Uno spazio sicuro in cui essere visti ed accompagnati nelle proprie fatiche di bambini, ragazzi e genitori. È questo il cuore dello studio che la quasi 27enne Angelica Zanlucchi, psicologa nell'area dell'età evolutiva, ha inaugurato sabato 17 gennaio in via Santa Caterina, presso "Arco Center".

Arcense ora residente a Ledro, è psicologa scolastica all'Istituto Comprensivo "Riva 1": non ha mai abbandonato la vocazione per questa professione ed ora, emozionatissima, vede concretizzato il sogno custodito e alimentato tra sacrificio, passione e tanto studio. Prima di poter esercitare, ha svolto tirocini e lavorato come educatrice, negli ultimi anni con l'Apsp "Casa Mia". Lo scorso ottobre è arrivata l'abilitazione e, con essa, le collaborazioni con gli studi locali tra moltissime richieste.

Quest'ultime, l'hanno spinta ad aprire il suo luogo di ascolto. Dottoressa Zanlucchi, qual è stato il suo percorso scolastico ed accademico?

«Dopo aver scelto il liceo scientifico al Maffei di Riva, mi sono resa conto di sentire la mancanza della dimensione più umana del sapere e sono approdata a scienze umane. Sono spesso le "scelte sbagliate" a condurci verso la strada più autentica. Mi sono iscritta poi all'universitario Istituto Salesiano di Venezia-Mestre. Sono passati 10 anni, ma ricordo il viaggio di ritorno con mia sorella, dopo aver superato i test d'ingresso: quell'emozione inspiegabile, tra gioia e incredulità. Ho poi frequentato il corso di laurea magistrale in "Psicologia Clinico-Dinamica".

Nel contempo, ho perfezionato il mio bagaglio con formazioni specifiche, riconosciute ed accreditate, nell'area dell'età evolutiva: psicologia prenatale-perinatale, training autogeno, yoga educativo, tecniche meditative, aspetti emotivi nei Disturbi specifici dell'apprendimento, coaching genitoriale. Ora frequento la specializzazione quadriennale in psicoterapia».

Come mai ha perseguito l'ambito dell'età evolutiva?

«Mi ha guidata la passione sconfinata e autentica verso questa sfera, congiunta al desiderio di aiutare nel concreto bambini, ragazzi e genitori a vivere serenamente e consapevolmente. La psicologia dell'età evolutiva si propone di accompagnare bimbi e adolescenti nel loro percorso di crescita emotiva e psicologica. Osserva come i più piccoli sentono, pensano, si relazionano e affrontano i cambiamenti che lo sviluppo porta con sé.

Durante l'infanzia e l'adolescenza, emozioni e comportamenti sono mezzo di comunicazione. Tale disciplina aiuta a dare senso a questi segnali, ad accoglierli senza giudizio per capire i bisogni che esprimono. Si coinvolgono i genitori e, quando serve, la scuola: crescere è un processo relazionale. L'obiettivo non è correggere o etichettare, bensì comprendere, dare un nome ad eventuali difficoltà, rafforzare le risorse e favorire il benessere emotivo, rispettando i tempi e l'unicità di ciascuno».

Quali punti di forza e quali difficoltà professionali sta incontrando?

«A mio avviso, ciò che rende questo lavoro uno dei più belli del mondo è la possibilità di essere testimone di persone che imparano ad incidere sulla propria crescita. Sono i pazienti a fare la differenza grazie alle loro risorse interiori. Lo psicologo ha il nobile compito di renderle manifeste. Prenderci cura della nostra persona è la conditio si ne qua non per stare bene nella relazione. Purtroppo, a volte ci si interfaccia con chi ha una visione scorretta della psicologia e ciò trova espressione in due bias: pensare che la psicologia non serva a nulla perché "basta parlarne con un amico"; lo psicologo risolve tutto. Sono aspettative irrealistiche, perché la psicologia e i relativi percorsi richiedono motivazione, costanza e pazienza. Più informazione e sensibilizzazione sono necessarie».

Quali casi clinici hai potuto seguire?

«Durante gli studi ho avuto il privilegio di incontrare le psicologhe e psicoterapeute Veronica Boniotti e Floriana La Femina (dell'Apss), grazie alle quali ho potuto seguire i pazienti sul campo. Molti i casi di difficoltà nella gestione dell'ansia, spesso legata alla scuola o al sociale, di difficoltà emotive connesse a diagnosi di DSA, di gestione della rabbia. Alcuni di mutismo selettivo, autismo, ritiro sociale. Ora riscontro spesso scarsissima autostima, insicurezza e sfiducia».

Cosa le ha lasciato l'esperienza di educatrice?

«I dieci anni da educatrice, prima in varie realtà del territorio e poi presso "Casa Mia", mi hanno insegnato ad avvicinarmi a bambini e ragazzi con rispetto e delicatezza, approfondendo i loro linguaggi e le loro dinamiche quotidiane. "Casa Mia" mi ha garantito solidità sul piano progettuale: costruzione di interventi, attività mirate, lavoro di rete con scuola e servizi territoriali. Oltre alle relazioni preziosissime con colleghi, coordinatori e famiglie, porto con me un approccio fatto di ascolto, presenza e rispetto delle complessità di ciascuno. Può essere innato ma va coltivato e adattato».

In che modo i nostri giovani osservano il mondo?

«Non è corretto generalizzare. Posso però dire che siamo di fronte a ragazzi con risorse e talenti, che faticano a coglierli in prima persona e a condividerli con il "reale". La centralità del virtuale fa venire meno la relazione autentica e diretta con l'altro, accentua le incomprensioni e spinge a misurarsi con modelli fittizi. Si innesca un circolo disorientante, con la paura di non essere all'altezza, deludere ed essere esclusi dal gruppo.

Vulnerabilità fisiologiche nell'adolescenza ma, in molti casi, aspetti marcati e pervasivi in quasi tutti gli ambiti della vita. Allo stesso tempo, le nuove generazioni hanno il coraggio di cogliere queste fragilità e comunicarle, atto che forse è mancato alle generazioni precedenti. Lo osservo al "Riva 1": molti ragazzi si recano spontaneamente al mio sportello e vederli così desiderosi di stare meglio è una soddisfazione indescrivibile. Fa sperare in un futuro più consapevole».

Cosa celano invece gli animi dei genitori?

«Il desiderio di fare e dare tutto ciò che possono. Spinti dal timore di non fare abbastanza, perché permeati dalle incombenze lavorative e dal sospetto che i figli non siano corazzati per interfacciarsi con la realtà odierna. Sono ingredienti sottovalutati a fare la differenza: la presenza autentica, l'ascolto attivo, la validazione emotiva, l'incoraggiamento, il fornire confini chiari e motivati, il condividere momenti di qualità.

È essenziale fungere da base sicura per i figli, senza mai sostituirsi a loro o precludere loro di vivere esperienze. I ragazzi hanno bisogno di sperimentare, cadere, confliggere, ritrattare. Privarli di ciò significa ostacolarne la crescita emotivo-psicologica».

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