TRENTO. Dagli scudetti italiani vinti con le Eagles Bolzano alla conquista della "Walter Cup" con le Montreal Victoire. Nadia Mattivi, 26 anni, trentina originaria dell'altopiano di Piné, capitana della Nazionale italiana, ha contribuito alla vittoria del team canadese nella Professional Women's Hockey League, una sorta di National Hockey League al femminile.

La franchigia del Quebec si è imposta nella serie di finale per 3-1 sulle Ottawa Charge.Nadia si è tolta la soddisfazione di diventare la prima italiana sia a vincere la PWHL che a mettere a segno un punto nei playoff, servendo in gara 1 di finale un passaggio ad Abby Roque autrice del momentaneo 1-1.

Nella stagione appena conclusa per la terzina azzurra c'è anche la soddisfazione di aver guidato le sue compagne in quella che per molti anni resterà un'Olimpiade da record conclusa all'8° posto (quarti di finale) dopo aver sconfitto Francia e Giappone nel girone eliminatorio.

Che 2026 è stato per lei?

«Un mix di emozioni. Dopo la sconfitta in semifinale nel campionato svedese (Lulea eliminato dal Brynas, ndr) ho avuto la possibilità di andare in PWHL scegliendo Montreal. In due giorni ho raccolto le mie cose e sono volata oltreoceano raggiungendo le nuove compagne a Minneapolis. Sono rimasta con loro dieci giorni, poi c'è stato il Mondiale di Budapest quindi dall'Ungheria sono tornata a Vancouver per il finale di regular season. Durante le semifinali la squadra ha scelto un assetto con sei difensori, quindi in finale sono passate a sette e ho avuto modo di tornare a giocare. Sono scesa sul ghiaccio con giocatrici che hanno fatto la storia dell'hockey femminile, Marie-Philip Poulin su tutte, in un contesto di attenzione mediatica e spinta dei tifosi inimmaginabile. Ho respirato l'hockey ai massimi livelli sia dentro che fuori dalla pista. L'organizzazione è stata perfetta e ha lasciato a me e a tutti la sensazione che l'hockey femminile grazie alla PWHL sia pronto a esplodere».

Ci racconta la transizione al mondo professionistico?

«Dal punto di vista hockeistico la transizione non è stata così difficile, la PWHL è una lega dal gioco molto veloce e fisico che si adatta bene al mio stile. Ad ogni partita fatta (10 in totale, ndr) la confidenza aumentava sempre di più, anche a livello umano. La prima volta in spogliatoio avevo un po' di soggezione delle compagne e dell'ambiente ma devo dire che c'è stata professionalità da parte di giocatrici e staff per farmi sentire a mio agio, situazione fondamentale per superare i momenti difficili».

È nella storia italiana e delle Montreal Victoire: come vive il trionfo?

«Per una settimana abbiamo festeggiato. Con la squadra siamo state invitate dalla Cadillac nel paddock del Gran Premio di Formula 1. La cosa che mi ha più colpito di tutta quest'avventura è stata la parata della vittoria. Con un pullman a due piani siamo partite dal nostro centro di allenamento e arrivate in centro città: ho visto un oceano di persone festanti per noi, un muro di folla che rimarrà per sempre nella mia mente.

Resterà in PWHL?

«Il futuro è tutto da scrivere, la PWHL passerà da otto a dodici squadre con l'ingresso nella lega di Detroit, Hamilton, Las Vegas e San Josè: certo, mi piacerebbe restare».