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Blackmon a cuore aperto

«Felice di essere a Trento»

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«Ho preso il numero 1 perché voglio essere il leader di questa squadra». Così parlò James Blackmon junior nella prima intervista da giocatore dell'Aquila basket lo scorso agosto. In effetti, nei piani di coach Nicola Brienza e del gm Salvatore Trainotti il quasi 25enne nato a Chicago ma cresciuto nell'Indiana doveva essere la principale bocca da fuoco della nuova Dolomiti Energia. L'arrivo di Alessandro Gentile dopo la prima gara di campionato (in cui - guarda caso - JB segnò 27 punti) ha poi cambiato le gerarchie di squadra e per la stellina di Indiana University è cominciata una lunga fase di riadattamento. Nelle ultime 4 gare di campionato, però, Blackmon ha segnato 15 punti di media e, pur avendo perso il posto nel quintetto base, pare aver ritrovato fiducia nei propri mezzi.

Con la stagione di Eurocup ormai alle spalle (mercoledì a Belgrado l'Aquila giocherà l'ultima ininfluente partita delle Top 16), e Trento impegnata soltanto in campionato per la guardia plasmata alle superiori dal padre, Blackmon senior (ottimo playmaker a Kentucky negli anni Ottanta), le possibilità di mettersi in mostra in un tipo di basket meno fisico potranno soltanto crescere. Blackmon, infatti, con i suoi 90 chili scarsi in difesa soffre gli esterni più alti e grossi, mentre in Italia può far valere le sue doti di tiratore in uscita dai blocchi. E in questi giorni di riposo forzato in una Blm Group Arena off limits agli estranei per via delle limitazioni legate al Coronavirus Blackmon ha affinato le armi per il rush finale che vede la Dolomiti Energia impegnata a raggiungere un posto utile per i playoff.

James, partiamo proprio dall'attualità: come sta vivendo questo strano periodo senza basket e con un grande allarmismo generale?

«In effetti un po' preoccupato lo sono, anche per quanto vedo e leggo sui social. Certo, capisco che sui social molto spesso tutto viene amplificato, ma tutto questo parlare una certa inquietudine la fa alzare. Ora devo capire se mio fratello, che aveva in programma di venire a trovarmi il 6 marzo lo potrà fare».

Cosa le chiedono i suoi familiari in America?

«Mia mamma e mia nonna mi chiamano ogni giorno per sapere come va. Tante persone dall'America mi scrivono e hanno tutte l'impressione che sia una cosa grossa».

Ma la sua vita è cambiata nell'ultima settimana? Prende precauzioni particolari, magari in spogliatoio?

«In realtà no. Tutto normale anche in palestra».

Quando si riprenderà a giocare affronterà la sua ex squadra, Pesaro. Emozioni particolari?

«Pesaro si trova in una situazione difficile, e mi dispiace. Io, però, sono focalizzato sulla partita, cercherò di essere pronto e di dare il massimo per vincere. Anche perché in Italia non è facile giocare contro nessuna squadra».

Come mai l'anno scorso decise di venire a giocare in Italia?

«Tutto nacque durante la Summer League che stavo giooando con i Milwaukee Bucks. Loro mi offrirono un contratto, ma non era garantito per tutta la stagione. Non era la sistemazione che mi interessava perché volevo un ruolo da protagonista. In Italia ho trovato un campionato in cui c'è grande competizione, in cui sono protagonista e ho l'opportunità di migliorare il mio gioco».

L'anno scorso è arrivato in Italia grazie all'Olimpia Milano che l'ha "parcheggiata" in prestito a Pesaro in attesa di richiamarla al Forum. Come mai quest'estate non si è concretizzato il passaggio all'Armani?

«In estate effettivamente ho avuto contatti con il club, ma poi non se n'è fatto nulla e sono andato avanti per la mia strada. Sono contento di essere qui a Trento».

Lei era un prodigio a livello di high-school e anche all'Università ha fatto una grande carriera. Cosa è mancato per fare il salto in Nba?

«Per l'Nba è questione di azzeccare il momento giusto. Per me sarebbe stato dopo il primo anno ad Indiana, ma decisi di rimanere al college per migliorare il mio gioco. In realtà al secondo anno dopo alcune partite mi ruppi il legamento crociato. Tornai ai miei livelli, ma ormai non ero più nel "giro giusto" e non venni scelto al Draft. In ogni caso la notte stessa delle scelte venni preso da Philadelphia per le Summer League».

È contento di essere arrivato in Italia?

«Certo. Qui a Trento c'è un ottimo feeling con compagni di squadra, coach e staff tecnico».

Meglio Pesaro o Trento?

«Direi Trento. Ci sono ottimi posti dove mangiare».

Quest'anno in certe occasioni è stato messo in discussione e anche fischiato, assieme alla squadra, dai tifosi.

«Quando è successo era perché avevamo giocato male, ma è una cosa a cui sinceramente non ho mai fatto caso perché ero già concentrato a fare meglio nella partita successiva».

Dove si immagina l'anno prossimo?

«Questo non lo so, ma il mio obiettivo è salire sempre più di livello. Non so se l'Nba o l'Eurolega, ma nella mia testa c'è sempre l'idea di lavorare duro per raggiungere ciò che mi sono prefissato».

Qual è stato il più forte compagno con cui ha mai giocato?

«Senz'altro Joel Embiid a Philadelphia».

Il fatto di essere stato allenato alle superiori da suo padre, James Blackmon sr, grande giocatore a livello Ncaa, è stato un beneficio per lei?

«Di sicuro papà è stato un allenatore importante per la mia crescita. Era molto esigente con me, a volte duro. Riconosceva il mio talento ma dopo la partita, anche se avevo segnato 40 punti, quando salivamo in macchina continuava ad insistere sui miei errori. Ma lo faceva per stimolarmi».

Quando smetterà di giocare a basket di che cosa le piacerebbe occuparsi?

«Ho studiato Sport management e business e amo il basket. Quindi direi che non mi dispiacerebbe rimanere nel settore, ma sinceramente ancora non ci ho pensato».

È fidanzato?

«No».

Difficile creare legami a distanza per ragazzi come voi che cambiano città ogni pochi mesi?

«Certo, è più difficile, ma non è solo quello».

Cosa cerca in una donna?

«Lealtà, intelligenza e gentilezza. Ma mi interessa anche capire che persona ho di fronte, che obiettivi ha nella vita».

Qual è invece la qualità che deve avere un allenatore?

«Quella di saper prendere il meglio da ogni giocatore. Quindi deve conoscerli, dare loro fiducia, comprenderli».

Sua madre è originaria dell'India, quindi è cresciuto in un contesto senza dubbio multiculturale. Questo in cosa si riflette del suo carattere?

«Beh, mi piace molto il cibo indiano. A parte questo direi che osservare i due diversi lati della mia grande famiglia mi ha sempre permesso di avere un'apertura mentale maggiore e la possibilità di conoscere e vivere aspetti diversi di una stessa situazione».

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