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Pugilato choc,

sei positivi dopo Londra

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Cronaca di una polemica, e di un caos, annunciati. Due pugili e un coach della Turchia e due tecnici e un pugile della Croazia che avevano preso parte al Preolimpico di Londra sono risultati positivi al coronavirus al rientro in patria.

L’annuncio è stato dato dalla Bbc, che ha difffuso anche la rabbia del presidente della federboxe di Istanbul, Eyup Gozgec, che ha parlato «di task force Cio formata da irresponsabili». «Ci hanno fatto cominciare questo torneo quando tutto il mondo era già in stato di allerta - ha rincarato la dose -. E a Londra non c’erano né misure di prevenzione né rispetto degli standard igienici. Poi un bel giorno ci hanno lasciato all’aeroporto, e arrivederci e grazie». Un portavoce del Col locale ha smentito, e dall’Inghilterra qualcuno ha ventilato l’ipotesi che il virus i pugili turchi e croati se lo siano preso al rientro in patria, ma è una tesi difficile da sostenere.

Così  c’è sgomento e ancora rabbia da parte di coloro che sono stati costretti a salire sul ring, o stare ai bordi, della Copper Arena. Se ne fa portavoce il team manager azzurro, l’olimpionico di Pechino Roberto Cammarelle,  che durante il torneo londinese aveva rilevato che, strano a dirsi per dei pugili, in seno alla Nazionale, serpeggiasse la paura a causa di un avversario, il virus, che non si può fronteggiare o prendere a pugni.

Ma ora Cammarelle i colpi li sferra contro la task force del Cio, che ha fatto andare tutti a Londra per poi sospendere il torneo alla terza giornata, perché i rischi erano troppi. «Alla luce delle positività al Covid-19 di alcuni atleti e tecnici stranieri che hanno preso parte al torneo di Londra - dice Cammarelle - mi sembra doveroso unirmi alla protesta di chi ribadisce l’incredulità, nostra e di tutte le nazioni, per la partecipazione a quell’evento. È stato assurdo farci combattere. Noi siamo sereni perché abbiamo rispettato il più possibile le regole sanitarie, e una volta tornati in Italia abbiamo continuato a seguirle nel periodo di isolamento fiduciario. Però questo virus è stato troppo sottovalutato e ora siamo a fare la conta dei malati, più o meno gravi. E purtroppo, in generale e non in riferimento al pugilato, dei morti».

«Ne approfitto, e lancio l’ennesimo appello - conclude -, che ormai è come un grido disperato: ‘restate a casa!’ ». Già, rimanere a casa, esattamente ciò che non è stato fatto per questi pugili all’inseguimento del traguardo di Tokyo, ora spostato in avanti di un anno dopo tutti i rischi che hanno corso. Tutto ciò fa pensare che la task force del Cio che ha preso in mano la boxe olimpica dopo gli scandali dell’Aiba non ha certo avuto una partenza felice, quasi a voler riabilitare quelli che c’erano prima.

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