TRENTO. Un infermiere e un ingegnere. Un umbro e un friulano, con esperienze professionali diverse, che coinvolgono - per il primo - l'ospedale Santa Chiara di Trento ma anche l'ospedale di Southampton, sulla costa sud del Regno Unito, nell'Hampshire, e - per il secondo - l'ingegneria spaziale a Milano. Ora questa "strana coppia" grazie alla start up Fraido punta a cambiare la medicina, a livello mondiale. Procediamo con ordine: l'infermiere è Antonio Maria Vizioli, ha 28 anni ed è di Perugia (a sinistra nella foto), mentre l'ingegnere è Elia Fregonese, di anni ne ha 27 ed è originario di Fagagna, vicino a Udine.

E i due hanno progettato e brevettato un dispositivo medico innovativo e rivoluzionario: in termini scientifici si tratta di un tubo orotracheale a diametro modulabile. Tradotto, si tratta di uno strumento per intubare i pazienti. E che permette di farlo in maniera più rapida e sicura: una rivoluzione per la sanità. Un dispositivo, quindi, che potenzialmente può cambiare lo "stato dell'arte" della medicina a livello mondiale, che ha già attirato l'attenzione di medici e primari e che ha permesso ai due giovani professionisti di essere inseriti da Forbes nella classifica "Under 30 2026" dei giovani talenti che stanno cambiando il volto del Paese, nella categoria dedicata all'innovazione scientifico-sanitaria.

L'infermiere, che ha lavorato al Pronto soccorso del Santa Chiara di Trento fino a decidere, un anno fa, di licenziarsi per dedicarsi in toto al progetto, ci racconta. Partiamo dal principio: come nasce l'idea? Semplicemente dall'osservazione e da un bisogno: lavorando in Pronto Soccorso, in Inghilterra e poi a Trento, nel periodo del Covid e poi a stretto contatto con i traumi che arrivano ogni giorno, ho riflettuto sulla tecnica di intubazione: mi pareva obsoleta, soprattutto comparandola all'estrema innovazione che abbiamo oggi in tanti reparti. E poi rappresentava una perdita di tempo, in frangenti nei quali la vita o la morte di un paziente dipendono anche da pochi secondi.

Come si poteva intervenire?

Mi sono detto: "Dovrà pur esistere un dispositivo sottile che diventa un tubo" . Ma il mio era un pensiero, un qualcosa di astratto, un disegnino su un foglio. Avevo bisogno di un ingegnere che potesse tradurre il pensiero sanitario. Ho cercato e poi, parlando con mio padre, mi ha indicato il figlio di una sua collega, amici di famiglia, che era un ingegnere.

Ed era Elia Fregonese, che però non si occupava di medicina o simili.

No, anzi: lavorava a Milano nel settore "Space" , occupandosi di satelliti. Ma ne abbiamo parlato e ci siamo detti che insieme avremmo potuto trovare una soluzione a un problema, o meglio a un bisogno.
A chiunque guardi serie mediche su Netflix l'intubazione potrebbe apparire come una manovra tanto frequente quanto semplice. Invece?

Invece se pensiamo che ci vogliono sei anni di Medicina e altri cinque di specializzazione per poterla eseguire, capiamo che non è semplice e servono alte competenze. A intubare sono soprattutto otorini e anestesisti, oltre ai medici di emergenza urgenza.

Oggi si utilizza un tubo standard, o pediatrico o per adulti?

Sì, poi ci sono alcune misure: ad esempio per gli adulti il tubo va da 6 a 8.

Proviamo a semplificare la vostra idea: si entra nella trachea con un filo sottile, quindi adatto sia per un bambino, sia per una donna di cinquanta chili sia per un omone di duecento chili. E una volta dentro si gonfia e si adatta al paziente.

Dire che si gonfia è sbagliato: si tratta di un'architettura meccanica, con una dilatazione appunto meccanica senza fluidi o altro. Diciamo che entrando a diametro ridotto si impiega meno tempo e non si danneggiano le pareti anatomiche: solo una volta che è in sede si dilata, adattandosi a ogni trachea.

Dall'intuizione e dal disegno su un foglio oggi, dopo due anni, a che punto siete?

Stiamo proseguendo con la raccolta fondi: abbiamo 100mila euro ma ne servono altri 200mila. Abbiamo i primi prototipi e il brevetto, abbiamo una serie di advisor, tra cui il professore e primario di Anestesia e Rianimazione Giacomo Bellani e il primario della Chirurgia vascolare Stefano Bonvini, oltre a medici anestesisti e docenti universitari che operano in 11 ospedali italiani, senza dimenticare gli ospedali inglesi, tra cui il Saint Mary's Hospital di Londra, che fa parte dell'Imperial college, e l'University Hospital of Southampton. Ora abbiamo l'obiettivo dei test su manichini e cadaveri per generare letteratura e pubblicare dati sull'efficacia della tecnologia. Ancora ci dovranno essere i processi di certificazione per poi poter arrivare sul mercato.

Verosimilmente, quando?

Diciamo 2030, se saremo particolarmente bravi 2029.
Il vostro team, del quale fa parte anche Gloria Cannone di Hit, che partecipa da quando l'idea era solo un disegno, si chiama Fraido: cosa significa?

In dialetto perugino e anche in quello friulano significa fragile, vulnerabile. È una sorta di dicotomia tra forma e sostanza.

Ma in ospedale, parlando con dei medici dell'idea, ha riscontrato interesse o chiusura?

Della serie, "abbiamo sempre fatto così, perché cambiare ascoltando l'intuizione di un infermiere?" Devo dire che ho trovato interesse. In molti mi hanno detto "quando posso provarlo? ". Per quanto riguarda l'abitudine, nel nostro prodotto abbiamo voluto fare sì che con le mani il medico debba fare lo stesso movimento che si fa adesso, proprio per mantenere quella formazione che per loro è durata tanti anni. Oggi la startup Fraido è il vostro lavoro a tempo pieno?

Sì, dall'anno scorso sia io sia Elia abbiamo lasciato il lavoro e ci siamo immersi totalmente nel progetto. Lui è venuto a Trento, nel 2024/2025 abbiamo preso parte al programma "Trentino Startup Valley" di Trentino Sviluppo e ora lavoriamo per concretizzare l'idea. Per me c'è la sfida scientifica, per Elia c'è quella ingegneristica e per entrambi c'è la sfida sanitaria e sociale. Dal 1953 esiste la procedura attuale, ora proveremo a cambiare.