Covid / Lo studio

Con la variante inglese il rischio di ricovero è più alto di oltre due volte e mezza

Un'analisi diffusa dall'Istituto sanitario norvegese conferma il maggiore impatto clinico della mutazione attualmente dominante in Italia e in gran parte d'Europa. Dal "Mario Negri" un protocollo di cure domiciliari rivolto ai medici di base per fermare sul nascere l'infezione

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di Zenone Sovilla

TRENTO. Decessi e ricoveri in ospedale che da mesi faticano a decrescere, malgrado la curva dei contagi in Italia non registri impennate marcate: questa è la caratteristica più drammatica della fase pandemica vissuta in questo inizio del 2021.

Si tende a imputare questo pesante e persistente impatto clinico all'effetto delle mutazioni del virus sars-cov2, in particolare alla cosiddetta variante inglese (B.1.1.7) che in Italia alla fine di marzo risultava largamente dominante.

L'Istituto superiore di sanità (Iss) in un rapporto diffuso il 30 marzo scorso ne stima la presenza in oltre il 75% dei casi di contagio rilevati, con una progressione significativa rispetto al mese precedente (quando risultava al 54%), stando all'esito di un'indagine a campione cui ha contribuito anche la fondazione Fbk di Trento.

È ormai assodato, sulla base di diversi studi effettuati nei mesi scorsi, che questa mutazione si trasmette più facilmente da una persona all'altra: l'aumento dei contagi sarebbe pari al 50% circa rispetto alla dominante precedente.

Secondo alcuni studi, come quello diffuso nel febbraio scorso dall'Università di Harvard, a determinare questo fenomeno indesiderato, sono semplicemente la durata prolungata dell'infezione e dunque i ritardi nell'eliminazione definitiva del virus dall'organismo umano.
Ci si mette di più a guarire e si resta contagiosi per un periodo più lungo, moltiplicando così i rischi di diffusione del virus.

Uno scenario che ora si sta cercando di correlare anche con l'impatto clinico generale della variante inglese: al momento mancano ancora risposte definitive, ma l'interrogativo ovviamente è centrale: gli ospedali restano pieni di malati e il numero di morti è così elevato perché questa mutazione è più aggressiva e le terapie faticano a bloccarla?

Fra le poche risposte ufficiali disponibili ad oggi abbiamo quella diffusa un paio di settimane fa in Norvegia dal Folkehelseinstituttet (Fhi), omologo locale del nostro Istituto superiore di sanità, che ha pubblicato uno studio sull'incidenza clinica della variante inglese, la quale già il mese scorso risultava ampiamente dominante nel Paese scandinavo (rappresentava oltre il 70% dei casi).

Il dato principale indica che la variante inglese implica un aumento significativo dei ricoveri in ospedale rispetto alla dominante precedente.

Nello specifico, l'analisi dell'istituto pubblico norvegese conclude che per una persona contagiata il rischio di dover ricorrere alle cure ospedaliere è 2,6 volte maggiore, come ha spiegato Line Vold, direttrice della prevenzione al Folkehelseinstituttet.

Vold ha sottolineato, inoltre, che con la variante inglese si è modificato anche l'impatto anagrafico dell'infezione: "Ora il rischio di dover essere ricoverati riguarda tutte le età e anche le persone sotto i quarant'anni possono sviluppare sintomi severi".

Uno scenario che conferma la necessità di intervenire precocemente con le terapie, come suggerisce un nuovo protocollo sviluppato dall'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Bergamo e rivolto principalmente ai medici di famiglia.

Si tratta di cure possibili a domicilio, utilizzando farmaci anti-infiammatori, ai primi sintomi, anche se il covid è solo sospetto, cioè in assenza del risultato dei test specifici. L'obiettivo è evitare che la malattia proceda e che possa degenerare provocando danni gravi e richiedendo l'ospedalizzazione, con esiti incerti.

Nel frattempo, procede anche l'intervento con l'utilizzo di anticorpi monoclonali, un apporto terapeutico sul quale si ripone molta fiducia e che dovrebbe contribuire a breve ad abbattere un tasso di mortalità tragicamente elevato fra le persone fragili.

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