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A scuola tutti promossi
Ma è una soluzione giusta?

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A scuola tutti promossi: ma è una soluzione giusta?

La rivoluzione studentesca del 1968 ha segnato una svolta epocale nei comportamenti e nei costumi della società di allora, alcuni positivi altri negativi. L’esigenza di accelerare l’entrata nella età adulta e nella autodeterminazione senza i timori riverenziali verso una più anziana generazione eccessivamente autoritaria, esigeva una rivendicazione massiccia e decisa. Il movimento determinò la conquista degli obiettivi desiderati e ai giovani di allora si aprirono strade di vita piene di speranze e novità anche se tutte da scoprire.

L’insidioso rovescio della medaglia fu rappresentato dalla totale resa della generazione vinta che permise ai “giovani conquistatori” un conseguente stile di vita ispirato a una libertà “a tutto tondo” intesa, ahimè in troppe occasioni, nell’agire nel modo più comodo e utile per sé stesso, incrementando così scarsa cultura, egoismi e poca considerazione per il prossimo. Divenuti a loro volta genitori, quasi per un senso di rivalsa sul passato, hanno permesso ai loro figli di crescere iperprotetti, agevolandoli in ogni modo, accontentandoli in tutto e abituandoli in tal modo a non affrontare da soli difficoltà e sacrifici che sono la base per la formazione intellettuale oltre che per il carattere. Oggi il Coronavirus ci sta mettendo tutti alla prova in modo inesorabile e crudele sottoponendoci a situazioni difficili e drammatiche.

La scuola, nei confronti dei propri studenti, avrebbe davvero avuto la possibilità di dare un senso alla primaria sua funzione di “maestra di vita” stimolando il loro senso di responsabilità e maturità. La soluzione scelta, molto populista, è stata quella di promuovere tutti, mentre il coraggio di annullare questo anomalo anno scolastico non è stato nemmeno preso in considerazione. Tale alternativa (pur con non soluzioni da trovare per i sostenitori di esami) avrebbe potuto prevedere invece, per il prossimo anno scolastico, la ripetizione e il completamento del programma, accompagnata però, parallelamente, dalla partecipazione al corso previsto per l’anno anno scolastico superiore. Insomma frequentare due anni in uno.

Certamente l’onere per gli studenti sarebbe stato più gravoso, avrebbe comportato maggiore applicazione e rinuncia a quegli svaghi e a quei divertimenti ai quali erano abituati, ma sarebbero anche stati ripagati dall’opportunità di mettersi alla prova e verificare sul campo di che pasta sono fatti cercando, e trovando in moltissimi casi, la consapevolezza di un orgoglio, di un senso di responsabilità e di una volontà che rendono ragazze, donne e ragazzi, uomini, pronti ad affrontare in maniera preparata, seria e oculata la vita. Perché di queste qualità la società attuale sente estremamente bisogno; di persone che vanno avanti per e con merito.

Giannantonio Radice


 

La scuola ha buona memoria

Le situazioni e le epoche non sono fra loro paragonabili. Anch’io - soprattutto all’inizio - avevo non poche perplessità, ma ora mi chiedo e le chiedo: come può bocciarmi una scuola che di fatto non ho potuto frequentare in modo normale? Come può “fermarmi” una scuola che si è in un certo senso a sua volta fermata? E come si può pensare di non dare una regola generale unica a un mondo che è pieno di sfumature, di differenze. C’è chi è andato avanti come un treno e chi si è fermato anche fra i professori, anche fra gli istituti.

C’è chi sul treno non è nemmeno riuscito a salire certo non per colpa sua o della sua famiglia.
Non è stato un anno normale e straordinaria non poteva dunque che essere anche la valutazione finale. Dopo il sei politico ci ricorderemo del sei “covidico”. Ma la pandemia ha comunque fatto crescere molti ragazzi, li ha resi più maturi e più consapevoli. E se andavano fermati, li si fermerà l’anno prossimo.

La scuola non dura un anno. E di solito ha buona memoria: in positivo e in negativo.

lettere@ladige.it

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