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I debiti che i padri lasciano ai loro figli

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I figli del debito e le colpe dei padri

Caro direttore, incuriosito dal titolo, ho acquistato il libro «I figli del debito», del giornalista e scrittore Francesco Vecchi. Che mi permetto di suggerire. Dopo averlo letto e riflettuto sui contenuti, ora passeggiando per strada e osservando questi “giovani” d’oggi, di riflesso, mi sento a dir poco in “peccato”. Mi chiedo che parte potrei aver avuto, nella crescita di questo fardello, che stiamo portandoci addosso da tempo. Il debito pubblico? Tempo fa, non legati ancora al controllo europeo, per mantenere il consenso, la classe politica, i sindacati, hanno distribuito privilegi intoccabili (diritti acquisiti), e pensioni “facili”, dove prevaleva solo la strategia dei diritti su quella dei doveri, accumulando debito su debito, tanto da trovarsi ora a 2.400 miliardi. Tacciando il nostro Paese come un pericolo per l’economia mondiale. Come uscirne ora da questa ingiustizia generazionale? Come salvaguardare questa generazione del debito, generazione che invece dovrebbe salvare l’Italia? Non certamente con l’abbandono dell’euro. Ma col coraggio di tagliare le “unghie” a lobby e corporazioni varie. Ai troppi privilegi esistenti, a trattamenti economici ai limiti dell’esagerazione. E soprattutto, parafrasando il sottotitolo del libro («Come i nostri padri ci hanno rubato il futuro»), dico ai nostri figli, rivolgendomi alle “sardine”: scendete in piazza; non contro un odio indefinibile, ma per questo motivo a voi vitale. Salvaguardate il futuro che vi hanno rubato. Un futuro che egoisticamente vi abbiamo tolto. Scendete tutti in piazza, magari coadiuvati da altrettanti genitori in resipiscenza.

Vittorino Veronese


Patto generazionale tradito

Non ho letto il libro che lei cita, ma nel mio essere un divoratore di pagine scritte farò tesoro del suo consiglio. Penso però una cosa: che sia sempre difficile, anche se ricordiamo bene certe epoche e le stagioni “da bere” che ci hanno portato fin qui, giudicare scelte e decisioni prese in stagioni molto diverse. Le faccio un esempio. Oggi molti dicono: «Cancelleremo la Fornero» (intesa ovviamente come riforma). Ma tutti sanno bene che quella legge, per quanto dolorosa, ha tenuto in piedi il Paese. Alcune delle scelte dei primi anni Ottanta, per dire, nascevano proprio per lanciarlo, il patto generazionale, facendo andare molto presto in pensione i genitori affinché i loro figli potessero subito trovare lavoro. Quella che oggi sembra una follia al tempo sembrava un colpo di genio. E toccare i diritti acquisiti, che restano diritti anche se oggi ci sembrano solo dei privilegi, non è così semplice. La storia - a cominciare da quella economica - va sempre guardata nel suo insieme. È vero: oggi è venuto meno, per diverse ragioni, il patto fra generazioni e la generazione degli adulti paga comunque un prezzo alto, perché deve spesso mantenere i figli anche quando diventano adulti. Non è facile sistemare una casa che è quasi crollata sotto il peso dei debiti, ma c’è un solo modo per farlo: fare tutti un passo indietro per farne fare due, al Paese, verso il futuro. Ma quanti sono disposti a fare un passo indietro? Quanti se la sentono di pagare, che so, una tassa straordinaria per dare nuovo respiro alle nuove generazioni? L’Italia sta anche diventando il Paese degli egoismi e per questo è fondamentale che le Sardine scendano in piazza per opporsi prima di tutto all’odio. È un inizio. Un punto di partenza. Una brezza piena di speranza e di sana voglia di cambiare il mondo. E anche una spina nel fianco di un mondo adulto che deve considerare il tema dell’accesso al lavoro dei giovani alla guisa di un’emergenza nazionale. È difficile “rubare” il futuro ai giovani, ma in un certo senso lo si può congelare in un eterno presente, impedendogli di spiccare il volo. Ed è quello che è accaduto, purtroppo.

a.faustini@ladige.it

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