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Ci vorrebbero le sardine

anche per la cooperazione

del nostro Trentino

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Ci vorrebbero le sardine anche per la cooperazione

Da qualche giorno, nelle lettere che appaiono nella quotidiana rubrica del giornale da Lei diretto, si mette in evidenza per argomentazioni e numero d’interventi, il tema del futuro della Casse Rurali e della cooperazione in generale. Ricordo che quanto esiste è stato fatto, almeno fino a non molto tempo fa, da parroci, maestri elementari, contadini, artigiani, impiegati, operai e piccoli imprenditori. Persone comuni che, con le loro diversità di formazione e capacità hanno fatto grande la cooperazione trentina anche perché condividevano una visone comune. Stiamo perdendo la memoria e la storia forse perché ci vergogniamo da dove veniamo? In quale altro posto al mondo può succedere che nel paese natale della cooperazione trentina (notizia del suo giornale) non vi sia più né una cassa rurale, né una famiglia cooperativa? Così sic et sempliciter si chiude uno sportello, perché costa e non è remunerativo, senza tenere conto del valore che proprio quello sportello rappresenta. Salvo poi sbandierare in convegni e congressi il nome di don Lorenzo Guetti e la sua etica cooperativa, riempiendosi la bocca di cooperazione.
Non riesce a raggiungere i piani alti del Federazione la voce della periferia, di qualcuno a cui chiudere uno sportello sembra voler dire di te non mi importa, sei solo un piccolo numero. Non mi servi. Arriva forte e chiaro da quelle stanze la promessa di un radioso futuro che passerà attraverso fusioni di istituti, dove, per essere più vicini alle esigenze del territorio, si chiuderanno gli sportelli esistenti. Vengono varati piani di salvataggio di banche extraregionali che hanno poco in comune con la cooperazione, ma solo per aumentare la massa critica del gruppo. Ci vorrebbe un “movimento cooperativo delle Sardine” in quanto è giunto il tempo di prendere posizione, di stimolare un dibattito vero per declinare in maniera nuova antichi valori, ascoltando anche chi non la pensa come te e chi non si sente in dovere di obbedire, perché molto spesso «l’obbedienza non è una virtù» (don Lorenzo Milani).

Ivan Simoni


 

Il mondo è molto cambiato

Quel luogo - dove stimolare un dibattito vero - c’è già. E sono queste pagine: qui ospitiamo infatti da giorni molte delle vostre parole, molte delle vostre lamentele, anche molti dei vostri ricordi. L’obbedienza non è una virtù, è vero. Ma vanno anche inquadrati i contesti nei quali certe frasi si dicono. In alcune pagine, in questi giorni, parliamo degli 8000 esuberi dichiarati da Unicredit. In altre pagine raccontiamo degli eredi di don Guetti (eredi di sangue, per intenderci) che si ritrovano senza sportello. Va anche detto che quello sportello s’apriva due giorni in settimana per due operazioni al giorno circa. Non è cambiato il mondo. Siamo cambiati anche noi. So di soci di rurali che fanno i mutui con altre banche. Un tempo sarebbe stato impensabile. Oggi è la norma. Vogliamo il piccolo negozio sotto casa e poi andiamo al centro commerciale perché costa meno. Non è colpa di nessuno. Ma la cooperazione ha un senso se tutti la teniamo in piedi, andando nel piccolo negozio, nella piccola banca e via dicendo. Il mercato non può valere solo per alcuni e non per altri. Le confesso una cosa molto personale: io cerco di muovermi nel mio “villaggio”, anche quando vedo - girando per lavoro - che fuori quasi tutto costa di meno (e a volte c’è anche più scelta, senza cercare necessariamente nel negozio mondiale che è la rete). È un impegno che mi sono dato e che non sempre, sono sincero, riesco a onorare. Ma so che se smetto di entrare nei negozi di Trento o di altri paeselli, un giorno quei negozi non ci saranno più. E so che se accadrà sarà anche colpa mia.

a.faustini@ladige.it

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