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Strategia dei tamponi e contagi:

l'epidemiologo Merler ci spiega

perché il tasso trentino è ancora così alto

Il virus era già qui da gennaio; le zone dello sci le più colpite

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Durante la consueta conferenza stampa della giunta di ieri, assente l’assessore alla salute Stefania Segnana, molte informazioni importanti sono state date dal dottor Stefano Merler, l’epidemiologo della Fondazione FBK di Trento che da mesi è un ascoltato consigliere a livello nazionale, e che lavora in stretto contatto con il Governo e l’Istituto Superiore di Sanità.

Gli è stato chiesto, in apertura, come mai l’Istituto Superiore continui a indicare per il Trentino una densità di contagio (in percentuale) più alta delle altre regioni.

«L’incidenza - ha spiegato Merler - è un indicatore che dipende intanto dal punto di partenza dell’epidemia: le regioni che sono partite con una più alta incidenza, continuano ad averla alta».

Poi «un secondo motivo: l’incidenza dipende anche dalla capacità di individuare i casi, facendo i tamponi. Chi fa un grosso lavoro di monitoraggio, poi sembra penalizzato quando escono i dati, ma in realtà è perché cerca di più».

Che idea si è fatto, anche alla luce delle nuove campagne di screening di massa (in Trentino interesseranno 16 Comuni, per 30 mila persone)? «Io resto dell’idea che più tamponi fai, meglio è, ed è fondamentale più oggi che all’inizio dell’epidemia» ha risposto Merler.

In che senso? «Quando R0 è 3 - cioé una persona ne infetta altre 3 - il contact tracing, cioè cercare i casi e fare le quarantene, è una strategia che non dà garanzia di successo in una situazione Covid anche asintomatica. Ora - ha spiegato l’epidemiologo - la trasmissibilità è sotto soglia, è più bassa, e quindi questa strategia può invece avere un impatto importantissimo».

Continua il ricercatore trentino: «L’incidenza zero, per il momento, non è possibile. L’ha raggiunta la Cina per un breve periodo, con un lockdown feroce ma appena hanno rilasciato il lockdown, i casi sono risaliti. Anche se si riuscisse ad arrivare a incidenza zero, la partita non è comunque chiusa».

In questi giorni molti comuni chiedono di fare i tamponi... tutti li vorrebbero. Ma quanti bisognerebbe farne su circa 500 mila trentini? «Io creo che non esista una soglia ottimale: per assurdo possiamo fare 10 mila tamponi al giorno, ma se le facciamo alle persone sbagliate non servirebbe. L’importante è farli alle persone giuste, e in questo caso basta farne meno. Il livello ottimale è quello che ci permette di identificare tutti i casi, ma siccome non è possibile, la buona regola è farne comunque il più possibile. Ma non andando a caso, ma facendo indagini mirate».

A Merler è stato chiesto come mai l’incidenza in Trentino è più alta che in altre zone come la Lombardia? «Non è vero. Non mi risulta» ha detto Merler. «Ma quel che conta è che bisogna tornare indietro a 4 mesi fa, forse 5, ben prima del primo caso in Italia. Oggi abbiamo accertato che Covid circolava in Lombardia e altre zone ben prima del 20 febbraio, in Veneto sicuramente a gennaio. E non scarterei l’ipotesi addirittura che ci fosse già nel 2019. E’ molto probabile che vi fossero già focolai con tantissima trasmissione asintomatica, e lo si capisce per le aree più colpite: Val d’Aosta, alta Lombardia, Trentino, tutte le zone di turismo invernale. Non è casuale. Era certo difficile accorgersene, aspettavamo i casi dalla Cina ma in realtà erano già in casa nostra».

E da noi? «Il Trentino ha sofferto di una epidemia silente prima del 20 febbraio e questo ha portato a una partenza molto sostenuta dell’epidemia... prima che ce ne accorgessimo. Anche se adesso l’epidemia è in discesa, in queste regioni la discesa sa è più lenta che in altre zone».

È vero che i dati Inail valutano 1000 contagi in Italia contratti sul lavoro? «A me non risulta, sarebbe interessante avere queste info, anche per gestire l’attualità. Ma da quello che so, non esiste un certificato medico Covid, è quindi molto difficile attribuire le cause della malattia o attribuire le infezioni contratte sul posto di lavoro. È complesso, ad oggi non siamo in grado di dirlo. A parte le sfortunate RSA, dove è chiaro se un operatore si contagia sul lavoro, abbiamo pochissime info su dove si infettano i pazienti».

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