Quasi all’80% di tasso di occupazione. Questo è l’Alto Adige delle luci. Le ombre stanno invece dentro i redditi bassi e gli alloggi non più a prezzi accessibili. L’orizzonte? “Ampi margini di miglioramento”. Perché, ecco la struttura, il “nostro mercato è solido”. Cammina su questi binari il futuro soprattutto dei giovani, la capacità di attrarre e non far scappare i cervelli, salendo anche su quelli di una innovazione che ha finalmente posto le basi per una sua presenza strategica anche agli occhi della politica. Stefan Luther sta a presidio di questa trincea sempre in movimento, dal suo osservatorio di direttore di ripartizione lavoro, Europa e personale. Tre punti cruciali che tengono insieme il terreno su cui si snoda quello che ci attende.

Il mercato del lavoro è uno dei nodi centrali per lo sviluppo del territorio. Qual è il suo attuale stato di salute?

Dipende da cosa si prende come riferimento. Per molti aspetti siamo ai vertici nazionali, ma vedo ancora ampi margini di miglioramento, perché non siamo ovunque ai vertici europei. Nel complesso, il nostro mercato è solido: nel 2024 il tasso di occupazione (20–64 anni) ha raggiunto il 79,9% e puntiamo a crescere ulteriormente.


E i margini su cui lavorare?

Dobbiamo muoverci meglio sull’attivazione di donne, giovani, ma anche anziani: pur essendo “primi della classe” in Italia, persistono criticità legate al mismatch (mancato incontro tra domanda e offerta) e al sottoutilizzo del potenziale di forza lavoro. Nel 2025 la disoccupazione amministrativa si attesta al 6,2%, pari a una media annua di circa 15.600 persone. Solo per dare un’idea: nell’arco dell’anno almeno un giorno di disoccupazione riguarda circa 40.000 persone.


Le imprese temono una perdita di attrattività per i profili qualificati a causa del caro vita e dell’emergenza abitativa. Possibili ricette?

Il problema è complesso e varia a seconda dei segmenti della forza lavoro. La criticità maggiore riguarda, a mio avviso, i redditi più bassi. Una leva fondamentale è aumentare la disponibilità di alloggi a prezzi accessibili, mobilitando il patrimonio edilizio sfitto e puntando su una stretta collaborazione con le parti sociali. Tuttavia, torno alla premessa: abbiamo ancora un margine importante per attivare persone che già risiedono sul territorio e per questo motivo non necessitano di nuovi alloggi.


Esistono dati che illustrano i cambiamenti strutturali degli ultimi decenni?

Quelli disponibili, pubblicati con continuità dall’Osservatorio del mercato del lavoro, sono numerosi e raccontano una trasformazione profonda.


Un esempio?

Uno su tutti: nel 1998 l’80% dei lavoratori dipendenti era nato in Alto Adige; nel 2025 questa quota è scesa al 60%. Un altro tema centrale è l’emigrazione: nonostante l’elevato fabbisogno di manodopera nella nostra provincia, assistiamo a una fuga di talenti, non solo accademici.


Ma l’Alto Adige è terra di continui scambi no?

Beh, non è una novità che l’Alto Adige sia da sempre snodo di flussi, ma oggi vediamo molti giovani qualificati partire verso Austria, Germania e Svizzera e, seppur in misura minore, verso altre regioni italiane. I dati che elaboriamo indicano che a partire non sono solo gli accademici, ma anche lavoratori specializzati e giovani, soprattutto quelli che hanno conseguito ottimi risultati alla maturità.


Quali strategie servono per conciliare sviluppo, produttività, tenuta sociale e sostenibilità?

Conta mettere insieme un pacchetto integrato: ottimizzare il matching tra persone in cerca di lavoro e imprese, sviluppare un solido sistema di formazione continua meno parcellizzato in Alto Adige, aumentare monitoraggio e trasparenza, includere le fasce vulnerabili e accompagnare la transizione digitale ed ecologica. In sintesi, dobbiamo usare gli strumenti di politica attiva del lavoro in senso ampio in modo più strategico e coordinato, misurandone costantemente gli effetti.


Con questi presupposti, come immagina il futuro dell’Alto Adige nei prossimi anni?

Gli obiettivi al 2030 sono ambiziosi ma concreti: tasso di occupazione complessivo all’83%, quello femminile al 78%, i giovani (15–24) al 42% e la fascia 55–64 al 76%, con una disoccupazione amministrativa pari o inferiore al 4,5%. Sono traguardi fattibili, già raggiunti in alcune regioni dell’Europa centrale”.


E in previsione, politiche specifiche per i giovani?

Certamente. L’obiettivo per il futuro è valorizzare e ampliare i tirocini di qualità, con monitoraggio costante, e – mi auguro – anche sul rafforzamento del sistema duale. Se vogliamo che i giovani restino e inizino prima il loro percorso professionale, dobbiamo permettere loro di combinare lavoro e formazione in modo efficace. Il modello svizzero, in questo senso, è un punto di riferimento. Dobbiamo diventare un po’ più come loro, puntando a meno burocrazia, maggiore efficienza, produttività e valore aggiunto.


L’Alto Adige non brilla nelle classifiche sull’innovazione. Quali sono le prospettive?

Non prenderei questa tesi come definitiva. Abbiamo numerosi “campioni di nicchia”, ad esempio nel settore degli impianti a fune, e veri motori dell’in- novazione nella mobilità elettrica. Forse scontiamo un lieve ritardo perché università e centri di ricerca sono realtà relativamente giovani rispetto a territori come il Tirolo o il Trentino. Per attrarre posti di lavoro ad alta intensità di innovazione e produttività serve un mercato del lavoro attrattivo.


Attraverso che strategie?

È essenziale tenere sotto osservazione in modo sistematico tutte e tre le dimensioni dell’attrattività: l’attrattività delle imprese, cioè la misura in cui le aziende convincono attraverso la leadership, i profili di ruolo, le possibilità di sviluppo e la cultura del lavoro; l’attrattività delle professioni, che si valuta in base a come il lavoro concreto è strutturato in termini di contenuto, carico, autonomia e condizioni quadro; e infine l’attrattività del territorio, che dipende dalla struttura economica e sociale di una regione e dalla qualità dei cosiddetti fattori di localizzazione “hard” e “soft”. (p.ca.)