MOENA. Ha perso la vita a soli 29 anni sulle Dolomiti di Brenta a giugno 2025, mentre si dedicava a una sua grande passione: l'arrampicata. Ora il nome di Simone Navarini, "Nava" per tutti, non solo verrà ricordato in un memorial a lui dedicato, ma rimarrà scolpito nella roccia, quella che lui tanto amava ma che per pochi secondi lo ha pure tradito. Adesso una via sulla facciata sud-ovest del Sas de la Luna, del gruppo del Sass delle Dodici (gruppo del Monzoni), in val di Fassa, custodirà per sempre la sua memoria.

L'apertura della via. Ad aprire la "SuperNava", nell'autunno dello scorso anno, sono stati tre dei suoi amici: Elio Mazzalai, Martin Giovanazzi e Maurizio Davarda. Che, dopo mesi di pausa con la montagna - che aveva strappato loro un compagno - hanno trovato il coraggio di riprendere corde e moschettoni per tornare a salire in quota. «È stata un'estate dura, ma siamo voluti ripartire, per Nava - racconta Giovanazzi - è un luogo ancora selvaggio, difficile da raggiungere, incontaminato. La roccia lì è bellissima. Noi avevamo già in mente di aprire quella via, ma dopo quella tragedia abbiamo mollato tutto, non avevamo più motivazione. Abbiamo trovato la forza a settembre. Ci siamo detti: "Cosa vorrebbe Nava?". Lui ci avrebbe detto di andare. Così abbiamo trovato dentro di noi quella forza». La via è stata aperta dal basso, in 3 - 4 giorni, a più riprese: «Si sviluppa per circa 200 metri. Abbiamo aspettato fino all'ultimo per darle il nome giusto. SuperNava ha un doppio significato: lui ci ha dato quella motivazione per tornare "su", ma era anche una persona "super" con il suo carattere che metteva d'accordo tutti. Questa roccia gli sarebbe piaciuta: era nel suo stile. Una scalata delicata, elegante e tecnica». Sempre il Sasso delle Dodici custodisce un'altra importante via per Giovanazzi. «Conosco la zona anche per la via aperta da mio padre, Mauro, venuto a mancare per un incidente in montagna. Una via rimasta nell'ombra per 30 anni: l'ho riscoperta da vecchie carte, finché non l'abbiamo risistemata per darle valore».

Il memorial SuperNava. Eppure, Navarini, non era solo "roccia". Presidente della Sat di Ravina e insegnante di meccanica all'Itt Buonarroti, era una persona che sapere creare comunità, senza mai dividere. Ed è sulla base di questo principio che amici e famigliari - con il supporto della Sat di Ravina e del Gruppo Aurora - hanno dato vita a un'iniziativa in suo ricordo, il "memorial Simone Navarini, SuperNava", che si terrà il prossimo 6 giugno (termine delle iscrizioni è previsto per il 4 giugno) sulle Tre Cime del Bondone. Undici chilometri di percorso e 650 metri di dislivello con partenza dalle Caserme Austroungariche e arrivo alle Viote. Ritrovo e ritiro pettorali alle 7.30, mentre la partenza della gara competitiva e gara non competitiva alle 9.30. Seguiranno momenti per i bambini, musica dal vivo e pranzo. La manifestazione, che al momento ha raccolto circa 200 adesioni, è stata possibile grazie al sostegno di una cinquantina di volontari. «Questa giornata nasce anche con il desiderio di celebrare la sua persona e la sua gioia verso la vita, attraverso ciò che amava di più: la montagna, lo sport e lo stare insieme», scrivono gli organizzatori sul sito dedicato all'evento (sulla pagina: sites.google.com/view/supernava/home-page).

Il ricordo della famiglia. È passato quasi un anno dall'incidente. Giorni lunghi, interminabili per i famigliari che ancora oggi fanno i conti con un vuoto difficile da colmare. «Paradossalmente è stato un anno in cui lo abbiamo conosciuto meglio - dichiara il fratello Andrea Navarini - in tanti hanno sentito il bisogno di venire a raccontare quello che era il rapporto con lui, com'era. Abbiamo sentito tanta vicinanza sia dagli amici che dagli studenti e professori che sono venuti a trovarci. Il primo anno è stato un viaggio nel dolore: scopri tutte le prime volte senza di lui. Cambia l'assetto famigliare, riscopri nuovi equilibri e legami. Ed è un vuoto attorno al quale bisogna costruire». Il pensiero va anche alla montagna «che ce lo ha portato via, ma che ha sempre fatto parte di noi. Lui era prudente: si fermava, sapeva rinunciare e sapeva darsi dei limiti». F.C.