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TRENTO. È da sempre il momento più importante nella vita della base - gli associati - dei vertici delle sezioni, delle commissioni. E un momento cruciale anche per l'intero Trentino. Perchè da 127 anni nel Congresso della Sat, il territorio e le comuinità trovano un momento per interrogarsi sul proprio rapporto con la montagna.Un tema mai attuale come in questi anni, nei quali la vita in quota è crocevia di questioni fondamentali per il presente e il futuro.
La coesistenza con la fauna, l'equilibrio tra la montagna come risorsa - economica, con il turismo - e ambiente da preservare per continuare a viverlo. Sabato e domenica, ospitato dalla sezione di San Lorenzo in Banale, il Congresso 2025 della Società alpinisti tridentini, guidata dal presidente Cristian Ferrari, avrà come tema proprio quello della capacità di carico turistica dei territori montani.
Presidente Ferrari, si parla di capacità di carico dell'ambiente montano. E dunque come sta la montagna? Ha il fiato corto e la schiena rotta per uno zaino troppo pesante?
«Sì, la montagna oggi accusa a volte la fatica di un modello di frequentazione che in alcune aree ha superato i limiti della sostenibilità. Alcuni territori in certi momenti dell'anno non riescono più a reggere la pressione. Ma la montagna non è stanca di noi: è stanca di non essere ascoltata. Ci chiede di ripensare i ritmi, di distribuire i carichi, di spostare l'attenzione dal consumo del luogo, all'esperienza del luogo. La vera sfida è mantenere viva la relazione tra uomo e ambiente senza ridurla a un uso unilaterale».
Parte fondante della vostra attività oltre a quella di tutelare la montagna è anche quella di viverla. Ecco, proprio in questo attuale contesto, la Sat ha la sensazione che i trentini - satini o meno - si stiano stufando della montagna assediata, o non registrate un "disamore"?
«La frequentazione intensa e la trasformazione di alcuni luoghi in mete di consumo veloce hanno generato in alcuni casi una certa saturazione, ma non una disaffezione. Piuttosto, un bisogno diffuso di tornare a un rapporto più autentico con l'ambiente alpino, alla ricerca di zone "wild", non necessariamente a "numero chiuso". La Sat è una società in continua evoluzione. Per ogni alpinista che smette l'attività ce n'è uno nuovo che la intraprende, spesso giovane, curioso, motivato. Molti nuovi soci scoprono proprio grazie alla Sat una montagna che non conoscevano: più lenta, più silenziosa, più vera. L'associazione cerca di rinnovarsi, pur restando fedele alle proprie radici e al proprio linguaggio. In alcune aree o in certe attività sportive emergono talvolta divergenze di visione, segno, però, di una realtà viva, che si interroga e non teme il confronto. Più che di "stanchezza", parlerei quindi di trasformazione. La sfida è accompagnare questo cambiamento, mantenendo saldo il valore della relazione: tra le persone, e tra l'uomo che frequenta e quello che vive la montagna. È questo il legame che non deve mai venir meno».
La sede scelta per il congresso di quest'anno è quantomai appropriata, dato che la Sat si ritroverà proprio si piedi del Brenta dove, anche se sull'altro versante, in Rendena, quest'inverno si varerà il numero chiuso sulle piste per far fronte ai carichi del turismo.
«La scelta della sede era arrivata prima che a Campiglio si decidesse per il numero chiuso. Ma il tema che oggi tocca il Brenta ed altre montagna si intreccia perfettamente con la riflessione congressuale. È un segnale importante: le comunità locali, le Apt e i parchi si stanno interrogando da molto tempo su come gestire i flussi senza snaturare i luoghi. Non si tratta di chiudere, ma di governare. È una parola che ritorna spesso nei nostri documenti: governare significa scegliere. Scegliere dove, quando e come permettere la fruizione, nell'interesse della montagna e di chi la vive».
Secondo lei i limiti di carico tesi a mantenere appetibile l'offerta tusristica e quelli pensati per mantenere la montagna viva e vivibile si muovono su piani diversi o possono portare a benefici comuni?
«A mio avviso, quella tra i due piani è una distinzione più apparente che reale. Quando si persegue la sostenibilità vera - non quella di facciata - i benefici si distribuiscono naturalmente su più piani. Un turismo che rispetta i limiti ambientali è anche un turismo più duraturo, più attrattivo e di maggiore qualità. Allo stesso modo, una montagna che rimane viva - abitata, curata, frequentata con equilibrio - è una risorsa anche per l'economia locale. I limiti non sono una rinuncia, ma una forma di responsabilità. Sono il modo con cui restituiamo valore e dignità ai territori che amiamo».
Infine, uno sguardo sullo stato di salute della Sat. Come arriva il sodalizio al suo congresso?
«In salute, con una base associativa solida e diffusa. Gli iscritti restano numerosi, stiamo raggiungendo i 29.000 soci, un numero mai raggiunto nella storia del sodalizio, segno che l'associazione continua a rappresentare un punto di riferimento identitario per molti trentini, anche in un tempo in cui il volontariato vive ovunque una fase di contrazione. La vera forza, però, non è solo nei numeri: è nella vitalità delle sezioni, nella loro capacità di leggere il territorio, di proporre attività e di mantenere vivo il legame con la comunità locale. Come in ogni grande famiglia, non mancano differenze di sensibilità o di prospettiva, ma proprio da questa pluralità nasce la ricchezza della SAT. Il lavoro di armonia e di confronto continuo è forse la nostra più grande responsabilità come direzione centrale».


