TRENTO. Questa è una storia bella, di voglia di rivincita, di gratitudine, di amicizia, di perseveranza. Ci sono cinque amici che decidono, nonostante i loro trascorsi e i loro presenti assolutamente complicati, di andare su, verso l'alto in cima. In un luogo simbolo per gli appassionati di montagna: Capanna Margherita sul Monte Rosa, 4.554 metri sul livello del mare, il rifugio più alto d'Europa, arroccato su Punta Gnifetti con tutto il mondo ai suoi piedi.

Sono Mirko, Gabriel, Samantha, Antonella e Valeria, quella che ha avuto l'idea, autrice del libro "Guardami adesso" dedicata alla scalata della vita, quella volta a conquistare ogni respiro.

Già, perché quello che noi diamo per scontato, per questo gruppo di amici alpinisti non lo è affatto: Mirko Dalle Mulle, 43 anni, musicista, casa a Feltre e lavoro alla Cassa Rurale in Valsugana, ha due trapianti di rene alle spalle; Gabriel Zeni, di Bolzano, da 27 anni convive con la fibrosi cistica; Samantha Ciurluini, 45 anni, di Fermo, è reduce da un trapianto di polmoni (purtroppo frequente nei malati di fibrosi), così come Valeria Lusztig e Antonella Tegoni, entrambe in guerra contro la fibrosi cistica.

Il progetto di andare sul Rosa è partito a primavera scorsa, tutti hanno partecipato anche se alla fine solo Mirko e Gabriel sono arrivati in vetta. Ma l'impresa mantiene intatta tutta la sua forza: fermarsi, ripartire e accogliere la vita, è il senso dell'esistenza stessa, indipendentemente da quanti respiri hai a disposizione.

«Ci siamo allenati moltissimo» racconta Gabriel, laurea triennale all'università di Trento e ora studente di magistrale a Modena, reduce da un giretto estivo sulle Odle: «Oggi ho fatto solo 700 metri di dislivello, poca roba».

«L'allenamento è tutto - prosegue - per ogni tipo di impresa, anche la più banale».

E racconta: «Ad un certo punto ci siamo chiesti: ma perché non andiamo sul Rosa? E poi via, allenamento tre volte in settimana, 800, 1000, 1500 metri di dislivello. Anche in lockdown: avevo la montagna fuori dalla porta, sono fortunato».

Gabriel è un vero montanaro: «Già l'anno scorso ero stato su Gran Zebrù, Presanella, Cevedale».

É uno che non si arrende, mai: «Nel 2019, quattro mesi dopo aver avuto una brutta polmonite, ero in cima alla Marmolada. Però questa cosa del Rosa è stata molto dura».

«Ci siamo preparati in solitaria anche a causa del Covid - spiega Mirko Dalle Mulle - sempre in progressione, senza mai esagerare, e poi abbiamo messo a frutto la nostra esperienza. É stato fondamentale anche poter contare sul Cerism di Rovereto, dove abbiamo effettuato tutti i test necessari per verificare la nostra capacità respiratoria in condizioni di alta quota».

Anche per lui, escursioni a 3 - 4mila metri, Cevedale, Rosa.

É partita una raccolta fondi, qualche sponsor ha dato il suo contributo, è stato coinvolto l'Aido (Mirko è presidente della sezione di Belluno) e poi via, verso le Alpi. Sabato 17 luglio, la comitiva ha raggiunto Alagna Valsesia, per poi salire a Capanna Gnifetti e al Rifugio Mantova. «Eravamo in tanti - racconta Mirko - noi cinque, 4 guide alpine, 5 soccorritori, due medici del Cerism (Aldo Savoldelli, Gianluigi Dorelli), due dottori esterni, ed una ventina di amici accompagnatori. Intorno alle tre di notte, siamo partiti: io e Gabriel in cordata, Antonella con Samantha, e cordata speciale con Valeria».

Valeria, per una serie di avvenimenti, aveva già deciso che avrebbe cercato di fare del suo meglio, ma che difficilmente sarebbe riuscita nell'impresa di arrivare fino in cima.

Gli alpinisti si sono incamminati lungo la normale che porta a punta Gnifetti, tra seracchi e ponti di neve, percorrendo il ghiacciaio del Lys. «Era buio, e freddo, e avanzavamo a fatica - riprende Mirko - Dopo un'ora, la mia cordata ha superato quella delle ragazze, e ho avuto un momento di smarrimento, ma poi ho visto che si erano accodate. Quando ho saputo che avevano rinunciato, ho pensato di lasciare perdere anch'io, non trovavo il senso di non fare le cose tutti insieme. Ma poi le guide, gli amici, le altre cordate, l'entusiasmo di chi ci aveva sostenuto, mi hanno fatto andare avanti. Quando alle 8 di mattina abbiamo visto il rifugio, mentre le nuvole si diradavano, è stata un'emozione assolutamente indescrivibile».

«Le ragazze si sono fermate per il freddo, era davvero gelido - aggiunge Gabriel - raffiche di vento a 60 chilometri all'ora, le mani congelate. Ricordo due momenti particolarmente difficili: ad un quarto della salita, forse perché ero molto stanco, la notte prima praticamente non avevo dormito, non riuscivo proprio a prendere il ritmo. Un secondo momento è stato quando mancavano appena 150 metri di dislivello alla cima, e avevo nausea e mal di testa, una sensazione tutta nuova. A quel punto il medico e la guida alpina, mi hanno fatto riposare, ho bevuto e poi sono ripartito. Quando siamo arrivati, alla nausea è subentrata una fame pazzesca. Ero davvero distrutto, ma ero felice. In discesa il cielo era limpidissimo».

Resta l'amarezza di non avercela fatta tutti insieme «ma la montagna resta lì, ci riproveremo», aggiunge Mirko. Che riprende: «E poi c'è la soddisfazione di aver portato Aido in quota. Il trapianto è vita, è un dono, Noi tutti potevamo non avere una possibilità, non potevamo esserci senza il trapianto. Per ogni cosa che faccio, penso al mio donatore, e sono orgoglioso di fare qualcosa e così ringraziare, lui e la sua famiglia, che non conoscerò mai».

Mirko ripensa alla sua vita. «Ho avuto un primo trapianto di rene nel '98, ma tutto è peggiorato e sono tornato in dialisi, che è un po' come aspettare l'inevitabile. Poi nel 2020, in piena crisi Covid, ho fatto il secondo trapianto: al risveglio ho pensato "Sono vivo!"».

Per Valeria, «il trapianto è vivere una straordinaria normalità». «Ognuno ha la sua montagna da scalare», dice. «É stato importante - sottolinea Gabriel - e dovremo riprovarci. Ogni giorno va vissuto, a chi deve affrontare queste malattie, chi ha ricevuto un trapianto, deve sognare un gradino sopra, vivere ancora di più».