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TRENTO. Sembra, ad una sommaria prima visione, una tranquilla pianta di sambuco magari un po' cresciuta, coi suoi bei fiorellini bianchi, ed invece è un'aliena che, purtroppo, si sta diffondendo nelle Alpi e nelle Prealpi italiane ed è stata avvistata anche in Trentino. Si chiama Pànace di Mantegazza (Heracleum mantegazzianum), anche detta Panace gigante, ed è molto pericolosa per l'uomo: la sua linfa infatti, se entra in contatto con la pelle, è estremamente ustionante, e lo fa in maniera subdola. Penetra sotto la cute e viene attivata dai raggi solari provocando arrossamenti molto dolorosi, bolle, bruciature che possono lasciare segni permanenti; se viene a contatto con gli occhi può portare addirittura alla cecità. Poiché i sintomi si manifestano 24 - 48 ore dopo l'esposizione, spesso è difficile risalire alla causa e formulare la diagnosi corretta.
«Conosciamo bene questa pianta - spiega Costantino Bonomi, referente di botanica per il Muse - e soprattutto in estate arriva qualche segnalazione. Fa parte dell'elenco europeo delle specie esotiche invasive ed è vietato piantarla e coltivarla, anzi va eradicata. Questo però va fatto da personale preparato, in tute coprenti, altrimenti il suo lattice fotoustionante può creare gravi danni alla salute. È comunque tutto molto soggettivo: alcune persone sono estremamente sensibili, e basta che la sfiorino per avere dei grossi problemi sanitari, mentre altri individui sono molto meno vulnerabili. Come sempre, sono gli anziani e i bambini quelli più a rischio».
La nostra Pànace gigante è in giro da alcuni anni, ma ultimamente il problema della sua diffusione è stato sollevato nel Bresciano e in Svizzera. In Italia è presente in Trentino soprattutto nei bordi strada, lungo i corsi d'acqua e ovunque vi sia terreno dissestato.
«Essendo una specie invasiva - riprende il botanico - cresce molto velocemente e predilige aree disturbate, terreni spogli e nudi, per esempio dove ci sono stati recentemente degli scavi. È abbastanza facile da riconoscere perché a maturità gli ombrelli dei fiori possono arrivare agli 80 cm di diametro. È molto simile alla Panace di montagna, che però è molto più piccola e arriva al mezzo metro di altezza. Certo, quando la gigante è ancora una piantina e sta crescendo, è simile alla specie locale».
Quello che caratterizza la Panace gigante è proprio la sua stazza: può arrivare a tre metri di altezza, ha un fusto cavo e robusto, irsuto e con macchie violacee, e foglie lunghe fino a due metri. Fiorisce tra giugno e agosto, e i frutti, appiattiti e di forma ellittica, sono migliaia. Dopo la disseminazione, a circa 3-5 anni di vita, la pianta muore.
Ma cosa ci fa sulle Alpi? Riprende Bonomi: «È originaria del Caucaso, dove vive fino ai mille metri. Con il trasporto delle merci, e la contaminazione di vari mezzi, è arrivata in Europa: poi, essendo una specie invasiva, si è diffusa molto rapidamente».
Secondo Ispra, la Panace gigante «è stata introdotta ripetutamente in Europa a partire dalla prima metà del XIX secolo, per essere coltivata come ornamentale negli orti botanici e nei giardini, grazie al portamento maestoso che assume a fioritura. La resistenza alle basse temperature ne ha favorito la coltivazione nei giardini alpini».
La diffusione di Panace gigante in alcune aree alpine è già emergenza: la Regione Veneto, in collaborazione con l'Università di Padova e Veneto agricoltura ha provveduto ad una campagna di eradicazione nella zona delle Valli del Cismon partita ancora l'anno scorso. Questa primavera/ estate, solo nella zona di Lamon sono stati eliminati quasi 30mila esemplari.
«Che le piante possano essere pericolose - precisa Bonomi - non deve sorprendere: circa la metà della flora alpina è velenosa: bisogna prestare attenzione alle specie che possono creare confusione. Per esempio in autunno fioriscono sia lo zafferano che il colchico, ma se il primo è una spezia pregiata, il secondo può essere mortale. Si deve comunque tenere alta l'attenzione sulle specie aliene invasive: per esempio l'ailanto ormai è estremamente diffuso».


