TRENTO. Entro il 2029 andranno in pensione in Trentino Alto Adige 70.500 persone, di cui 35.500 nel settore privato. Significa che serviranno oltre 70mila persone da immettere nel mondo del lavoro da qui a 3 anni.

Ci sono? Prima ancora che dal punto di vista delle competenze, la domanda è più banale. Esistono individui sufficienti, in Italia, per rispondere alle richieste del mercato? Questa è la domanda che si è posta la Cgia di Mestre. E se l'è posta da due punti di vista: serve capire se può esserci un numero sufficiente di lavoratori per sostenere le esigenze del sistema produttivo, ma serve anche capire se ci saranno abbastanza lavoratori in servizio per garantire la sostenibilità del sistema pensionistico. Comunque lo si guardi, il tema investirà come un treno il sistema socioeconomico trentino (ma pure italiano) nello spazio di pochissimi anni. Tanto vale iniziare a farci i conti.Eccoli i conti, secondo la Cgia. Conti che partono naturalmente dall'Inps e da chi è destinato a ritirarsi dal lavoro, ma finiscono ovviamente all'anagrafe, nel tentativo di capire se ci sono giovani - e quanti sono, e se sono in crescita o in calo - tra i 15 e i 35 anni, che dovrebbero essere l'ossatura del sistema socio economico di qui a pochi anni.

A livello italiano, i numero sono semplicemente tragici: tra il 2025 e il 2029 andranno in pensione 3.042.000 lavoratori. È la generazione del baby boom, che all'epoca significò potenziare in fretta e furia servizi (in alcuni casi sono state costruite scuole) e per decenni significò avere forza lavoro in abbondanza. Una buona notizia per un Paese, l'Italia di allora, in fase espansiva. Le successive crisi anche occupazionali non cambiarono un fatto: la forza lavoro era in crescita, le imprese potevano scegliere tra chi aveva le competenze.

Ma ogni nodo viene al pettine. E in questo caso i nodi si chiamano boomer che vanno in pensione. Perché per ognuno che va, buon senso vorrebbe che uno entrasse. Ma dopo quella generazione, nessuno ha fatto figli con tale entusiasmo. Prima ancora dell'inverno demografico di oggi, gli anni Settanta, Ottanta e Novanta non erano stati ricchi di fiocchi alle finestre. A dire che sarebbe stato un problema erano i demografi, splendidamente inascoltati.

Adesso ce ne accorgiamo tutti. Nemmeno è finita la festa di pensionamento di un boomer, che i vertici dell'impresa sono colti dall'ansia perché non sanno se troveranno un sostituto. Perché proprio non ci sono. Gli stranieri non bastano a compensare. Per quantificare il problema, a fronte dei 3 milioni di fuoriuscite entro il 2029, ci sono al momento in Italia 12.144.743 persone tra i 15 e i 34 anni, mezzo milione (546.786 per la precisione) in meno, rispetto a 10 anni fa. Non benissimo.E a livello regionale? I dati sono meglio, va detto.

In Trentino Alto Adige a fronte degli attesi oltre 70mila pensionamenti, abbiamo 239.792 giovani tra i 15 e i 34 anni, in crescita rispetto a 10 anni fa (6.329 in più, che significa + 2,7%). Tra l'altro, con Trento che va meglio di Bolzano: in Alto Adige i giovani sono in aumento del 1,5%, in Trentino del 4%. Tutto bene dunque? Non esattamente.

Prendiamo il Trentino: il 4% significa 4.548 giovani in 10 anni. Ottimo. Solo che tutta questa gioventù, non resta all'ombra delle Dolomiti. O almeno non ci resta tutta. Sono 6.482 i ragazzi che in 10 anni se ne sono andati all'estero. Una fuga di cervelli che diventa emorragia di forza lavoro. Questo basta per dire una cosa. Se già adesso le imprese faticano a trovare maestranze (è di difficile reperimento il 40% dei collaboratori), da qui al 2029, diventerà sempre più complicato trovare i collaboratori che servono per garantire gli attuali livelli produttivi.

E questo al netto di qualsiasi ragionamento sulle competenze. Un problemino che, prima o poi si trasferirà anche sul sistema pensionistico. Finendo per pesare - facile previsione - sui pochi giovani che non se ne andranno via.