Il fenomeno

Meno vino nei bicchieri, più turisti in cantina: boom dell’enoturismo

Crescono visite in cantina, investimenti e valore generato sui territori. Il rapporto presentato a "Hospitality", il Salone dell'accoglienza di Riva del Garda, individua nelle presenze straniere, nella destagionalizzazione e in una governance condivisa le principali leve di sviluppo

RIVA DEL GARDA. In un contesto globale segnato dal rallentamento dei consumi di vino, l’enoturismo si afferma come una delle leve più solide e promettenti per il futuro del comparto vitivinicolo italiano. Non più semplice attività accessoria, ma vero asset strategico capace di generare valore economico, rafforzare il legame con i territori e intercettare nuove forme di domanda turistica. È quanto emerge dalla seconda parte del rapporto “Quando il vino incontra il turismo. Numeri e modelli delle cantine italiane”, curato da Roberta Garibaldi, presidente di Aite – Associazione italiana turismo enogastronomico, in collaborazione con Srm Centro Studi e Ricerche, realizzato per FINE #WineTourism Marketplace Italy.

Lo studio, presentato a Hospitality – Il Salone dell’Accoglienza in corso a Riva del Garda, fotografa un settore in crescita nonostante il calo dei consumi di vino, scesi nel 2023 ai livelli più bassi dal 1961. A livello mondiale l’enoturismo vale oggi 46,5 miliardi di dollari e mostra prospettive di espansione molto favorevoli, con una crescita media annua stimata intorno al 12,9%. L’Europa concentra oltre la metà del mercato, con Francia, Italia e Spagna tra i Paesi leader.

In Italia, le visite in cantina restano trainate soprattutto dal pubblico nazionale, che rappresenta il 55% dei visitatori, quota che sale considerando residenti e turismo di prossimità. Gli stranieri si fermano al 32%, un dato che evidenzia ampi margini di crescita sul fronte dell’internazionalizzazione. Anche la stagionalità resta una criticità: primavera ed estate concentrano quasi il 70% delle visite, mentre l’autunno e i periodi meno frequentati risultano ancora sottoutilizzati rispetto ad altri Paesi europei.

Un altro nodo centrale riguarda la governance. Il coordinamento dell’enoturismo è oggi frammentato tra numerosi soggetti, con ruoli spesso non integrati. Nonostante questo, emerge una forte disponibilità delle imprese a “fare sistema”: il 62% delle aziende si dichiara disposto a contribuire alla creazione di un consorzio pubblico-privato per il marketing territoriale, a patto di una gestione efficace e condivisa.

Gli investimenti rappresentano un ulteriore segnale di vitalità. Nel triennio 2022–2024 ha investito il 77% delle imprese enoturistiche, una quota superiore a quella del settore alberghiero. In media, le aziende destinano oltre il 14% del fatturato agli investimenti, con un’attenzione crescente verso innovazione, sostenibilità, digitale e qualità dell’esperienza. I risultati sono concreti: le imprese che investono mostrano migliori livelli di redditività ed efficienza e una maggiore capacità di crescita.

Il valore dell’enoturismo si riflette anche sull’economia dei territori. Ogni presenza turistica legata al turismo enogastronomico genera oltre 150 euro di valore aggiunto, attivando una filiera ampia che coinvolge agricoltura, ristorazione, commercio, servizi, cultura e artigianato. Un impatto che rafforza il ruolo dell’enoturismo come leva per la destagionalizzazione, la valorizzazione delle aree interne e la diffusione della ricchezza a livello locale.

Il quadro che emerge è quello di un settore entrato in una fase di crescita più selettiva e qualitativa. La sfida, ora, è trasformare il dinamismo delle singole imprese in un progetto di sviluppo territoriale coordinato, capace di accompagnare il turismo del vino verso una maturità competitiva anche sui mercati internazionali.

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