TRENTO. «Ci sono canzoni che ci hanno accompagnato nei momenti più belli, nei viaggi, negli amori e nei ricordi che portiamo con noi. E poi ci sono storie che non finiscono mai. Dopo quarant'anni, questo viaggio continua con la stessa emozione, perché ogni canzone vive ancora attraverso chi l'ha amata, ascoltata e cantata». Così Gaetano Curreri, cuore e anima degli Stadio, tratteggia i contorni dello show "Io sono le mie canzoni", lo spettacolo che aprirà sabato sera il Trento Summer Festival, ideato da Roland Barbacovi e Alessandro Raffaelli in Piazza Fiera (inizio alle 21, biglietti ancora disponibili).

Gaetano Curreri, da dove nasce "Io sono le mie canzoni"?

«"Io sono le mie canzoni" racconta la storia degli Stadio, ma anche la mia storia personale di autore attraverso tutto il repertorio che ho scritto nel corso della mia carriera: quello per gli Stadio e quello nato dagli incontri e dalle collaborazioni con altri artisti. È un viaggio tra canzoni che hanno accompagnato oltre quarant'anni della mia vita, da Lucio Dalla a Vasco Rossi e a tanti altri compagni di strada. Raccontare queste canzoni significa raccontare la mia storia di cantante, musicista e autore».

Perché presentarsi con il suo nome?

«Ho scelto di usare il mio nome perché questo live abbraccia tutto il mio percorso artistico. Ma gli Stadio sono sempre presenti sul palco: insieme a me ci sono da sempre Roberto Drovandi e Andrea Fornili, oltre a un ensemble di musicisti e a un corpo di ballo. E ogni sera c'è un pensiero per Giovanni Pezzoli, che continua a essere parte della nostra storia. Non è uno spettacolo senza gli Stadio: è uno spettacolo che racconta Gaetano Curreri e gli Stadioinsieme, attraverso quarant'anni di musica e di vita condivisa».

Tornare in tour nel 2026 significa incontrare almeno tre generazioni diverse di pubblico: la sorprende vedere ragazzi giovani cantare gli Stadio?

«Mi emoziona ogni volta. Quando una canzone supera la generazione per cui è stata scritta significa che è riuscita a parlare di qualcosa di universale. Vedere ragazzi di vent'anni cantare brani nati prima che loro venissero al mondo è uno dei regali più belli che la musica possa fare».

C'è una canzone che oggi canta in modo diverso rispetto a trent'anni fa?

«Sì, molte. Ma penso soprattutto a "Acqua e sapone" e a "Chiedi chi erano i Beatles". Con il tempo certe parole acquistano un peso diverso perché nel frattempo hai vissuto, hai perso persone care, hai conosciuto la fragilità. Le canzoni crescono insieme a noi e ogni volta raccontano qualcosa di nuovo».

Nel live racconta solo la musica o anche quello che c'è dietro?

«Racconto tutto quello che posso. Le canzoni non nascono nel vuoto: nascono dagli incontri, dagli errori, dalle paure, dalle gioie. Credo che oggi il pubblico abbia voglia di autenticità e non soltanto di ascoltare una successione di brani. Mi piace condividere anche i percorsi che hanno portato a quelle canzoni».

Con quello che ha vissuto anche a livello personale e di salute, il palco oggi è più una sfida o una forma di libertà?

«Direi entrambe le cose. Sto molto bene: le difficoltà di salute sono alle spalle e oggi mi sento più in forma di prima. Per questo sono tornato sul palco. E quando parte la musica ritrovo quella libertà che è il senso più profondo del mio lavoro. Oggi il palco è gioia, condivisione e libertà, più di prima».

Gli Stadio hanno sempre avuto un'identità elegante, mai urlata: si sente un po' fuori moda in un'epoca dove spesso vince chi fa più rumore?

«Forse sì, ma non è mai stato un problema. Abbiamo sempre cercato di essere fedeli alla nostra identità senza inseguire le tendenze. Le mode passano, le emozioni restano. Se una canzone continua a parlare alle persone dopo quarant'anni, allora vuol dire che ha trovato la sua strada».

Quanto c'è ancora di Lucio Dalla nel suo modo di scrivere e vivere la musica?

«Lucio è dentro di me ogni giorno. Non solo nel modo di scrivere o di pensare la musica, ma soprattutto nella curiosità verso la vita e nella libertà di essere se stessi. È stato un amico, un fratello maggiore e un maestro straordinario».

Oggi tanti artisti rincorrono viralità e numeri: la musica italiana ha perso qualcosa inseguendo la velocità?

«La velocità è il segno dei tempi e non va demonizzata. Però qualche volta si rischia di perdere profondità. Le canzoni hanno bisogno di tempo per nascere e anche per entrare nella vita delle persone. I numeri sono importanti, ma le emozioni restano la cosa più importante».

Se dovesse scegliere una sola canzone degli Stadio per raccontare chi è nel 2026, quale sarebbe?

«Probabilmente "Un giorno mi dirai". È una canzone che parla di amore, di tempo e di speranza. Oggi mi riconosco molto in quello sguardo che continua a cercare la bellezza e la luce, senza smettere di guardare avanti».

A Trento porterete un set molto intimo ma anche pieno di storia della musica italiana: cosa spera si porti a casa il pubblico?

«Spero torni a casa con qualche emozione in più, con un sorriso e magari con la sensazione di aver trascorso una serata tra amici. Le canzoni servono a questo: a creare legami, a farci sentire meno soli e a ricordarci che certe emozioni appartengono a tutti».