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TRENTO. Si sono presentati alle porte della Cgil, ben organizzati. Sono almeno 15 i lavoratori che, dopo essersi uniti spontaneamente, hanno deciso di rivendicare il loro diritto all'abitare, chiedendo aiuto al sindacato. Titolari di un permesso di soggiorno con protezione speciale, tutti loro vivono alla Residenza Fersina: chi da sei mesi, chi da due anni. Ora, però, si trovano costretti a uscire dalla struttura di via al Desert, il cui destino rimane incerto. Questi uomini devono abbandonare il loro posto letto e trovare un alloggio, non avendo più diritto a stare in quegli spazi. La storia è semplice e - come già risaputo - drammatica: già intimato a uscire, il gruppo rischia di finire per strada, nonostante ognuno di loro abbia un'occupazione.
Ma avere un reddito per pagare un affitto non basta. «Abbiamo cercato sul mercato privato, abbiamo chiesto alla Fondazione Trentino Abitare. Anche i nostri capi si sono mobilitati, garantendo per noi, ma nulla. È impossibile. Noi siamo i primi a voler uscire dalla Fersina, ma dove andiamo?». A parlare ieri mattina in piazza Venezia, accompagnati dalla sindacalista della Cgil Maja Husejic, sono Amin Tounia, 36 anni, di origine portoghese, Said Oussalem di 33 anni, Hamza Mahassen, 22 anni, Noureddine Rqiqi, 37 anni, Rida Belhay, 27, e Hamza Chihab, 24, entrambi dal Marocco. Ci sono poi Bilel Horchani, 28 anni, tunisino e Abdelghafour Elouaar, 26 anni, accanto ai pakistani Hasnain Raza, 30 anni, e il coetaneo Sidique Mudassar. Questi sono soltanto alcuni dei lavoratori che hanno deciso di mettere la loro firma su questa lotta.
«La nostra forza è rimanere uniti e non presentarci da soli», aggiungono. Tutti ci spiegano che, per la maggior parte tesserati nel sindacato nelle varie categorie, sono assunti con un regolare contratto, chi a tempo determinato e chi indeterminato. Solo pochi hanno un contratto chiamata. «Se non troviamo una soluzione finiremo di nuovo in strada. Io non ci torno», dice uno di loro.
Bilel, inserito in un progetto, lavora sul territorio altoatesino. «Vado ogni giorno su e giù da Merano. Poi ci sposteremo a Bolzano. Mi occupo di piccoli lavoretti negli edifici pubblici, ora abbiamo il cantiere in una scuola. Ho studiato sia all'Università in Tunisia e poi in Canada, completando il corso di "International Marketing and Communication". La mia famiglia non sa che vivo alla Fersina: non posso dire loro che non ho una casa. Non posso proprio, si preoccuperebbero».
C'è chi lavora come installatore della fibra ottica, chi in un ristorante a Povo come lavapiatti, un altro ancora come aiuto cuoco in pieno centro città. Amin lavora a Rovereto in un distributore di benzina, mentre un altro ci racconta di essere un addetto alle pulizie per una ditta di Trento: «Con contratto a tempo indeterminato», dice con orgoglio.
Seduto sulla panchina c'è un piastrellista. Viene raggiunto poco dopo dal suo amico Hasnain, che lavora per la sicurezza privata, e da Hamza, saldatore metalmeccanico a Mezzocorona. Sono concordi nel sostenere che vogliono «andare via dalla Fersina» per trovare anche solo una stanza. «Aiutatemi a uscire: ho un lavoro stabile e voglio cambiare la mia vita».
Il richiamo è anche alle condizioni in cui versa la struttura dove alloggiano ormai da tempo. Le cimici dei letti, la sporcizia e le camere affollate sono solo alcuni degli aspetti evidenziati. «Ho cercato su Facebook - prosegue Said - ho lasciato commenti sotto qualsiasi annuncio. Il mio capo conosce la mia situazione e sta cercando di aiutarmi, ma non riesce. Se non abbiamo la casa, perdiamo il lavoro».
Solo questa settimana, il gruppo è stato ben 5 volte all'agenzia immobiliare. «Ho cercato anche solo una stanza - dice Hamza - ma qui affittano solo a studenti. Non mi piace stare alla Fersina, ma non c'è soluzione. Cosa vedo nel mio futuro? Troppo difficile parlare ora di futuro. So solo che la città qui è troppo cara rispetto a quello che guadagniamo. Intanto vado avanti a lavorare e a studiare italiano la sera».
Nessuno di loro stacca mai realmente con la testa: «Mangiamo e pensiamo alla casa, lavoriamo e pensiamo alla casa».
La questione è stata quindi affrontata in modo unitario. Per questo hanno cercato una soluzione tutti insieme. «A luglio è partito questo progetto pilota della Cgil - spiega la sindacalista e responsabile, Maja Husejic - per tutelare i lavoratori e le lavoratrici dentro e fuori l'ambito dell'accoglienza, quindi richiedenti protezione. Non appena ho saputo che dentro la Fersina c'erano dei nostri iscritti, ho cercato di incontrarli. Avevano creato spontaneamente un gruppo. Abbiamo fatto un'assemblea circa 10 giorni fa nella sede centrale. Intorno a noi, le foto storiche delle lotte operaie trentine. Crediamo che le persone vadano accompagnate nell'inserimento sociale».
Il gruppo rappresenta una categoria che, a detta di Husejic, sta intercettando il bisogno di manodopera espresso dagli imprenditori del territorio. «Sono riusciti a trovare in totale autonomia un'occupazione: nessuno di loro è stagionale. Però non vanno abbandonati: devono essere accompagnati per diventare cittadini a pieno titolo del nostro tessuto sociale ed economico».
Il tema della casa crea però un cortocircuito. «È necessario, così come per tutti, avere un'abitazione. Se perdi la casa rischi anche di perdere il lavoro. Per questo stiamo cercando di tutelarli sia in quanto lavoratori, ma soprattutto in quanto persone, lavorando anche nel creare una rete solidale traversale a sostegno, con gli altri sindacati e Sportello casa per tutti».


