STORO/CEMBRA. "Un mare davanti". E nient'altro che quello, per giorni e giorni. Caldo, freddo, fame, sete, pioggia, sole e la speranza di avvistare la terra promessa e pagata profumatamente. L'Italia, o qualche altro Paese europeo. Questo è ciò che passa chi si mette in viaggio salpando dalle coste del Nord Africa spesso su barchini o gommoni che, se arrivano là dove sono diretti, è per puro miracolo.

"Un mare davanti" è il titolo dell'incontro che si è svolto mercoledì sera a Faver, in valle di Cembra, dove l'associazione Sorgente '90 ha ospitato Emergency per parlare proprio di soccorsi nel Mediterraneo ad opera anche della nave "Life Support" della Ong, che ha concluso 42 missioni, salvando oltre 3.400 naufraghi. A parlarne è stato Claudio Poletti, 33 anni di Storo, di professione giardiniere, unico volontario trentino ad aver partecipato finora alle missioni in mare della organizzazione medica e umanitaria.

«Due anni fa la sede di Emergency aveva chiesto se c'era qualcuno disponibile ad aiutare sulla nave. Ho mandato la domanda e sono stato scelto. Collaboro con Emergency da 7 anni come volontario e per me è stato naturale rispondere a questo appello».

Quando sono avvenute, le missioni?

«Tra ottobre e novembre 2024. Siamo partiti da Siracusa, poi siamo scesi sotto Malta e lì abbiamo fatto i primi due salvataggi in seguito ai quali ci hanno dato come porto di sbarco Livorno. Per il terzo salvataggio, di fronte alla Libia, siamo stati costretti a sbarcare ad Ancona».

Qual'era la situazione?

«Sotto Malta, da due barche in difficoltà abbiamo recuperato una settantina di profughi, mentre davanti alla Libia abbiamo imbarcato da un gommone stipato 35 persone».

Sono stati salvataggi emergenziali?

«Le barche avevano lanciato il segnale di soccorso, ma i salvataggi sono avvenuti durante il giorno, fortunatamente con mare relativamente calmo, il che fa molta differenza».

Da dove provenivano le persone aiutate?

«Erano quasi tutti siriani, fuggiti anni fa dal loro Paese a causa della guerra civile: erano andati in Libano, ma quando Israele ha iniziato a bombardare il Sud sono scappati di nuovo, prima in Egitto e poi in Libia, fino a quando sono riusciti a imbarcarsi. Erano alla prima traversata e gli è andata bene, ma ho conosciuto anche un senegalese che era all'ottava. Partito e riportato indietro, partito e riportato indietro...».

Quali erano i suoi compiti a bordo?

«Durante la navigazione normale aiutavo a mantenere in ordine i rifornimenti, poi mi alternavo con gli altri nei turni di guardia sul ponte, alla ricerca di barche in difficoltà. Turni di 4 ore, svolti con binocolo, molto faticosi».

Lei era l'unico volontario sulla nave?

«Sì, tutti gli altri sono dipendenti di Emergency. Nove sono marittimi, poi ci sono una ventina tra medici, infermieri e mediatori culturali, oltre ai soccorritori veri e propri».

Nel terzo intervento, ci sono stati problemi con le autorità libiche? Ultimamente sparano sulle navi...

«Fortunatamente no, ma nell'ultima missione, la cosiddetta guardia costiera libica si è avvicinata molto alla nave. Ci stavamo dirigendo su una posizione di salvataggio, dopo una richiesta di soccorso, ma la loro motovedetta è stata più veloce e quando siamo arrivati noi sul posto non abbiamo più trovato nessuno. È probabile che abbiano riportato in Libia i profughi».

Lei invece cosa ha riportato a casa, di quel mese di missioni?

«La cosa che mi ha colpito di più è il fatto che le persone che abbiamo soccorso erano persone come noi. Siamo abituati a pensare a uomini giovani e forti ma in realtà tra quelli che abbiamo salvato erano donne, anziani, bambini, famiglie. Una società in fuga».

Il più giovane salvato?

«Un bimbo di 7 anni, non accompagnato».Ripartirebbe? «Subito».