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TRENTO. La «macchina» per creare bitcoin su cui hanno scommesso almeno 200 trentini si sarebbe trasformata in una trappola mangiasoldi. Per due anni, secondo gli investigatori, il denaro degli investitori è confluito su conti correnti esteri indicati dai consulenti che promuovevano il sistema «Hashburst», presentato come una tecnologia in grado di generare criptovalute. L'indagine, avviata nell'aprile 2024 e condotta dal Gico del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Trento, ha portato alla luce una presunta maxi truffa nel mercato delle monete virtuali.
All'alba di ieri i finanzieri hanno eseguito cinque misure cautelari e sequestrato beni per circa 900mila euro.Sono 15 le persone indagate, a vario titolo, per associazione a delinquere finalizzata alla truffa, esercizio abusivo della raccolta del risparmio e riciclaggio, con l'aggravante della transnazionalità. Tra le persone finite agli arresti domiciliari figura il consulente finanziario trentino Alessandro Groff, 49 anni. Anche la moglie risulta indagata.
Per il gruppo attivo in Trentino-Alto Adige, gli inquirenti stimano un danno patrimoniale che potrebbe arrivare a 5 milioni di euro. «Tra le figure di spicco dell'organizzazione è emerso un soggetto di origine lombarda, dimorante in Svizzera, risultato in passato vicino a contesti di criminalità organizzata riconducibili alla 'ndrangheta», evidenziano le Fiamme gialle. Lo stesso indagato era già comparso in passato in un'inchiesta relativa a presunte frodi e all'indebita percezione di fondi legati al Pnrr.
Il sistema «Hashburst»
Gli investigatori descrivono quello scoperto come un «sofisticato schema fraudolento». Ai potenziali investitori veniva proposto l'acquisto di personal computer che, grazie a un sistema di intelligenza artificiale di ultima generazione e a un algoritmo sviluppato dagli indagati, avrebbero dovuto generare bitcoin.
«Le vittime pensavano di acquistare personal computer che, supportati da un'intelligenza artificiale di ultima generazione e da un algoritmo creato dai soggetti indagati, avrebbero creato bitcoin», spiega il tenente colonnello Alessandro Mezzacappa. «Peccato che quei dispositivi erano computer normalissimi e che, una volta avvenuto il versamento sui conti dei truffatori, i soldi prendevano la via dell'estero, evidentemente per cercare di farne perdere le tracce».
L'investimento richiesto variava da 4mila a 30mila euro per ciascun dispositivo. Ai clienti veniva assicurata la restituzione del capitale e prospettata un'ulteriore garanzia attraverso l'intervento di un presunto fondo canadese.
Cinque milioni di euro spariti
La Guardia di finanza ha quantificato in 877mila euro il danno patrimoniale sulla base delle querele finora ricevute dagli investitori trentini. Si tratta, tuttavia, di una cifra che potrebbe rappresentare soltanto una parte del denaro raccolto attraverso il sistema.
«Avendo ricostruito il giro d'affari, i soggetti truffati sarebbero molti di più, circa 200 sul territorio trentino, per un valore totale della truffa pari a qualche milione di euro», sottolinea Mezzacappa. La stima complessiva relativa al gruppo attivo sul territorio arriva così a circa 5 milioni di euro trasferiti su conti esteri.
Secondo la ricostruzione investigativa, gli indagati avrebbero sfruttato il richiamo esercitato dall'intelligenza artificiale e dalle criptovalute per proporre investimenti ingannevoli, facendo leva sulle aspettative di guadagno legate alle nuove tecnologie.
Perquisizioni in diverse province e in Belgio
L'attività del gruppo non si sarebbe limitata a Trento. Le proposte di investimento venivano presentate anche attraverso incontri organizzati negli alberghi del capoluogo e webinar, con contatti e iniziative che avrebbero raggiunto altre zone d'Italia.
Le misure cautelari sono state richieste dal pubblico ministero Alessandro Clemente e disposte dal giudice per le indagini preliminari Enrico Borrelli. Oltre a Groff, sono finiti agli arresti domiciliari Gabriele Edmondo Pegoraro, Nicolò Gasparri, Massimiliano Baggi e Giuseppe Maria Battaglia. Per tutti è stato disposto anche il divieto di contatti telefonici e telematici.
L'operazione ha coinvolto i finanzieri del Comando provinciale di Trento, con il supporto dello Scico, il Servizio centrale investigazione criminalità organizzata, del Nucleo speciale repressione frodi tecnologiche e di Eurojust. Le perquisizioni e le acquisizioni documentali sono state eseguite nelle province di Trento, Cremona, Lecco, Mantova, Milano, Monza e Brianza, Pavia, Treviso e Vicenza, oltre che in Belgio.
È stato inoltre disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente, di oltre 877mila euro nei confronti di due soggetti. L'inchiesta punta a ricostruire l'intero circuito finanziario e a individuare la destinazione delle somme raccolte attraverso il presunto sistema fraudolento.


