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TRENTO. Con l'aiuto di un complice è riuscito a spacciare gemme di scarso valore per diamanti, proponendo prezzi molto vantaggiosi. Non si parla di uno sconto di qualche centinaio di euro, ma di cifre a quattro zeri: il sedicente commerciante di diamanti, un 37enne trentino, ha prospettato all'acquirente un risparmio di decine di migliaia di euro. Affare fatto, dunque. Ma le bugie hanno le gambe corte e il cliente si è accorto dell'inganno dando il via all'indagine. Peccato che nel frattempo avesse già versato 70mila euro alla coppia di malintenzionati.
Il trentino e il complice sono stati condannati per tentata truffa e per truffa per due episodi differenti. Il primo fatto è avvenuto a marzo 2018, quando ad un soggetto interessato a questo tipo di investimento è stato proposto l'acquisto di tre diamanti del valore di mercato di 163mila euro ad un prezzo scontato. L'acquirente era stato letteralmente abbagliato dal luccichio delle pietre e soprattutto dalla possibilità di risparmiare decine di migliaia di euro, non accorgendosi che le gemme che gli erano state mostrate erano sì appariscenti, ma di scarso valore. Insomma, erano imitazioni di brillanti. Per aggiudicarsi l'affare, aveva fatto due bonifici per complessivi 15mila euro a favore della coppia, salvo poi annullare l'operazione bancaria.
La vera e propria truffa risale ai mesi successivi, quando il venditore trentino - sempre con la complicità dell'amico, pure imputato - aveva consegnato allo stesso cliente due diamanti custoditi nelle loro confezioni, a titolo di garanzia, ricevendo complessivamente 70mila euro. Tale somma - così era stato promesso - avrebbe dovuto garantire il 4,5-5% al mese di interessi. Tra i venditori e l'acquirente, che si erano incontrati in alcune occasioni a Firenze, c'era stata una scrittura privata.
Alla vittima quei soldi investiti non sono mai tornati indietro, mentre i due diamanti ricevuti come pegno altro non erano che gemme contraffatte. Il fatto-reato era stato commesso a Brescia, dunque è stato il tribunale di quest'ultima città a giudicare e condannare per truffa il 37enne trentino. La Corte d'appello ha subordinato il beneficio della sospensione condizionale della pena al pagamento della somma stabilita come risarcimento danni alla vittima, pari a 73mila euro complessivi.
La cifra non è stata valutata come congrua dall'imputato trentino, che ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che il reato è stato commesso in concorso con un'altra persona e quindi l'importo da risarcire - pari ai danni morali e materiali patiti dalla vittima - andrebbe diviso a metà.
Non sono d'accordo gli Ermellini: a nulla rileva la circostanza che la vittima ha versato una parte delle somme direttamente al trentino e l'altra parte al complice. L'imputato - questo è il ragionamento - «può essere ritenuto nelle condizioni di operare detto risarcimento nei confronti della persona offesa, trattandosi di soggetto in età lavorativa ed inserito in un contesto lavorativo».


