TRENTO. La donna si era sentita male dopo un diverbio con un automobilista: accompagnata in ospedale, era stata per una settimana in terapia intensiva con una diagnosi definita "sindrome del crepacuore" (Sindrome Tako-Tsubo, Stt in letteratura medica), poi dimessa con prognosi di guarigione di 30 giorni. Un malore determinato da un forte stato di agitazione che aveva successivamente fatto insorgere un disturbo post traumatico da stress, con necessità di intraprendere un percorso psicoterapeutico.

L'episodio si era verificato nel febbraio 2019, mentre è arrivata nei giorni scorsi la conferma in appello delle responsabilità dell'automobilista che la aggredì verbalmente. L'uomo, un 50enne residente in Valsugana, assistito dall'avvocato Giuliano Valer, è stato condannato alla pena di sei mesi di reclusione ed al risarcimento di un danno pari a 5mila euro a favore della donna oltre al pagamento delle spese di secondo grado ed al rimborso degli oneri di assistenza sostenuti dalla parte civile per circa 1.900 euro.

La vittima, costituita parte civile con l'avvocato Claudio Tasin, aveva chiesto 120mila euro di risarcimento. La Corte d'appello ha riconosciuto la responsabilità dell'uomo per il reato di minaccia aggravata e non per le lesioni colpose. Quest'ultima accusa era caduta in primo grado con assoluzione perché "il fatto con costituisce reato". Per la giudice Greta Mancini manca l'elemento soggettivo, l'intenzionalità lesiva: non c'è stata alcuna aggressione fisica (ma solo a parole), i due automobilisti non si erano mai visti prima ed evidentemente l'imputato non era a conoscenza delle patologie sofferte della donna e la «particolare fragilità emotiva e psicologica di lei», come è stato evidenziato nella sentenza di primo grado.

Il contesto dell'accaduto era stato raccontato in aula dallo stesso imputato, nel corso del dibattimento: lungo la strada della val di Cembra, all'altezza dell'incrocio di Valfloriana, l'auto che lo stava precedendo si era fermata e, nonostante avesse la precedenza, aveva fatto passare le vetture che stavano svoltando.

L'agente di commercio aveva dato un colpo di clacson, quindi aveva fatto gli abbaglianti. La vettura davanti era poi ripartita e l'uomo stava per superarla quando - come da lui riferito - aveva visto che al volante c'era una donna che faceva "gesti" percepiti come un invito a fermarsi. «Mi sembrava che la donna non stesse bene ed ero sceso dalla mia vettura per vedere come stava».

Diversa la versione della donna in merito al dissidio: ai carabinieri della stazione di Castello Molina aveva raccontato in sede di denuncia che l'automobilista si era fermato davanti alla sua vettura e che l'aveva minacciata con un gesto molto chiaro accompagnato dal labiale. Inoltre l'uomo avrebbe cercato di aprire la portiera, poi preso a calci e pugni la carrozzeria. La signora aveva anche sostenuto che lo sconosciuto, ripresa la marcia, l'aveva seguita. Lei si era diretta subito dai carabinieri di Castello Molina per chiedere aiuto; poco dopo era giunto in caserma anche l'uomo, sostenendo che voleva parlare con militari «per tutelarsi rispetto all'accaduto».