TRENTO. Domenica mattina, all'alba, torneranno a tuonare le doppiette. Seimila cacciatori trentini si sveglieranno, imbracceranno la carabina, raduneranno i setter e saliranno in montagna. Un rito antico, scandito da regole nuove, controlli, tabelle e statistiche, che ogni anno apre discussioni accese tra chi lo pratica e chi lo contesta. A presentare la stagione ci ha pensato il presidente dell'Associazione cacciatori trentini, Matteo Rensi. La sua organizzazione raggruppa quasi tutti i cacciatori: 5.770 su 5.977.

Numeri sostanzialmente stabili, anzi con un piccolo segnale in controtendenza: tra le doppiette spuntano di nuovo i giovani, 18-25enni, e perfino le donne, oggi circa il 3 per cento, 180 in tutto. Una minoranza, ma sufficiente a incrinare lo stereotipo del cacciatore anziano con cappello di feltro e piuma.

Rensi, pacato nei toni ma fermo nei contenuti, ha rivendicato la "diversità" dei cacciatori trentini: volontariato nella cura dei sentieri, ore dedicate ai censimenti della fauna alpina, un lavoro che - se fosse pagato - varrebbe 700 mila euro l'anno, risparmiati dalle casse provinciali.

«Altro che hobby sanguinario», ha lasciato intendere. Non che i fucili siano stati fermi finora: dal 16 agosto si spara già al camoscio. Nei piani ufficiali si parla di "prelievi", eufemismo gentile per dire abbattimenti. Ma è vero che i numeri danno ragione ai cacciatori: mezzo secolo fa gli ungulati erano 22 mila, oggi sono 75 mila, con 14 mila capi autorizzati ogni anno. Stanno bene anche camosci, stambecchi e caprioli. Qualcuno accusa i cacciatori che portano il foraggio agli ungulati, favorendo così anche l'arrivo degli orsi, attirati dalle prede, ma da tempo, sottolinea Rensi, questo non si fa più nelle zone frequentate dagli orsi. In val di Sole , val di Non e anche a Pozza, a Canazei. Insomma, una categoria, quella dei cacciatori, che si adatta subito alle situazioni.

C'è poi il discorso per i cinghiali, che devastano campi e frutteti: qui la caccia serve a "calmierare". Anche se, paradossalmente, gli abbattimenti sono oggi la metà di qualche anno fa. Il sistema resta rigido: censimenti annuali, piani proposti alla Provincia, determine precise e assegnazione di quote alle 209 riserve. Accanto a Rensi, il direttore tecnico Sandro Zambotti ha rafforzato il concetto: «La caccia qui è anche presidio ambientale».

Le novità non mancano. La beccaccia cambia calendario: dal 1 ottobre al 15 gennaio, come altrove. Ma la vera sorpresa è la riapertura della caccia al fringuello: 12.900 uccelli con un bersaglio addosso. La Provincia ha scelto la deroga, scatenando reazioni contrastanti. Rensi però ha puntualizzato: niente caccia selvaggia. Ogni cacciatore dovrà registrare il proprio capanno, portare con sé un gps, segnalare in tempo reale i capi abbattuti, sul tesserino venatorio e anche online. «La specie non è in pericolo, i limiti sono fissati a Roma. Aspettiamo solo di sapere quanti e quali cacciatori saranno autorizzati». Le aree più interessate: Chiese, Ledro, Bassa Valsugana e Tesino.

Il messaggio di fondo è chiaro: niente pregiudizi ideologici. Le regole sono stringenti, le sanzioni severe. Un errore di mira, se colpisce la specie sbagliata, costa caro perché è un reato penale. In ballo c'è anche la partita lupi. I cacciatori non sono direttamente interessati, ma si dicono pronti a essere formati in appositi corsi, se arriverà il via libera all'abbattimento di 3-5 esemplari all'anno.

All'orizzonte delle doppiette trentine c'è anche una partita più politica: il terzo Statuto d'autonomia, che dovrebbe restituire alla Provincia la competenza diretta in materia venatoria, con la promessa di meno burocrazia. Non di meno costi. Perché, senza contare fucili e attrezzature, l'iscrizione a una riserva costa circa 600 euro. Un prezzo che conferma come la caccia, almeno in Trentino, sia veramente un lusso, anche se regolato e vigilato.