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TRENTO. La cura tradizionalmente utilizzata contro la scabbia potrebbe essere molto meno efficace di quanto ritenuto finora. A indicarlo è lo studio nazionale SCAB-net, coordinato dall’Unità operativa multizonale di dermatologia dell’Azienda sanitaria universitaria integrata del Trentino e appena pubblicato su The Lancet Infectious Diseases.
La ricerca ha coinvolto 28 centri dermatologici italiani e 1.751 pazienti, diventando la più ampia indagine prospettica condotta in un Paese ad alto reddito sull’efficacia reale delle terapie contro la scabbia. Il dato più significativo riguarda la permetrina, considerata per anni il trattamento di riferimento: la crema ha portato alla guarigione soltanto nel 41,1% dei pazienti. Decisamente migliori i risultati del benzoato di benzile, efficace nell’83,3% dei casi, e dell’ivermectina per via orale, con un tasso di successo del 77,2%.
La scabbia è provocata dall’acaro Sarcoptes scabiei, può colpire chiunque e non è legata alla scarsa igiene. La trasmissione avviene soprattutto attraverso un contatto cutaneo stretto e prolungato. Secondo i dati della Società italiana di dermatologia e malattie sessualmente trasmesse, tra il 2020 e il 2023 l’incidenza in Italia sarebbe aumentata del 750%. Una crescita persistente dei casi era stata osservata già dal 2017.
L'origine dello studio risale al 2019, quando gli specialisti del Centro per la Salute sessuale - ambulatorio Ist di Trento avevano cominciato a riscontrare una risposta sempre meno soddisfacente alla permetrina. Da quelle osservazioni è nata la rete nazionale SCAB-net, trasformando un problema rilevato nella pratica clinica quotidiana in un'indagine condotta su scala nazionale.
Lo studio ha inoltre evidenziato quanto sia importante, oltre alla terapia farmacologica, la bonifica di indumenti e ambienti, necessaria per ridurre il rischio di reinfestazioni. I risultati potrebbero ora contribuire all'aggiornamento delle future raccomandazioni europee per il trattamento della malattia.
A guidare la ricerca è stato Riccardo Balestri, principal investigator e senior author, insieme a un gruppo di professionisti Asuit composto da Tommaso Ioris, primo autore, Giulia Rech, Salvatore Domenico Infusino e Carlo René Girardelli. «Questo studio nasce da un problema che vedevamo ogni giorno nei nostri ambulatori: pazienti che eseguivano ripetutamente le terapie tradizionali senza riuscire a guarire», ha spiegato Balestri.
Per Tommaso Ioris, la scelta è stata quella di «non limitarci alla singola esperienza clinica, ma di costruire una rete nazionale per raccogliere dati prospettici e verificare l’efficacia dei trattamenti nel mondo reale». La pubblicazione sulla prestigiosa rivista internazionale porta così una ricerca nata negli ambulatori di Trento all'attenzione della comunità scientifica internazionale.
Il responsabile scientifico di Asuit Vito Racanelli sottolinea infine come i risultati possano orientare le future raccomandazioni terapeutiche e confermino il ruolo della ricerca clinica nel miglioramento delle cure.
(foto Asuit)


