PHOTO
TRENTO. Modi bruschi sì, toni ruvidi anche, ma non maltrattamenti. Piuttosto fazioni all'interno del reparto che hanno portato ad accuse che poi si sarebbero rivelate infondate. Nelle 175 pagine in cui il giudice Marco Tamburrino ha motivato la sentenza di assoluzione nei confronti l'ex primario di ginecologia Saverio Tateo e la dottoressa Liliana Mereu sono state in larga parte riprese le argomentazioni della difesa sostenuta dagli avvocati Nicola Stolfi e Salvatore Scuto.
Per il giudice ci sono innanzitutto due dubbi: "che sussista l'elemento della para-familiarità" e "sull'attendibilità e credibilità di vari medici ed ostetriche" «Non vi è prova certa della creazione da parte del dottor Tateo e della dottoressa Mereu, di un clima tossico, all'interno del reparto di ostetrica e ginecologia dell'ospedale S. Chiara di Trento, apparendo esserci, al più, un primariato di tipo sicuramente autoritario, le cui decisioni gestorie e di organizzazione, ovvero sul piano medico potevano anche non essere gradite a molti, cosa che aveva creato vari attriti con alcuni medici al medesimo sottoposto..... Stesso discorso deve farsi per la dottoressa Mereu, il cui comportamento veniva anch'esso schematizzato come troppo rigido, imprevedibile, ingiurioso ed offensivo, non apprezzandosi la circostanza dell'intervento della stessa in molte occasioni correttivo di modalità erronee di gestione dei casi, risultando la stessa perfettamente consapevole di essere responsabile di struttura semplice nel settore dell'ambulatorio e delle connesse responsabilità».
Questo un passaggio delle motivazioni della sentenza. Il giudice riconosce «toni assai poco educati, autoritari» ma dice anche che «il fatto che nel capo di imputazione vengono descritte condotte del primario di tipo burbero, ovvero di natura autoritaria, con toni di voce alta nel richiamare i medici a lui sottoposti, non rende necessariamente il comportamento maltrattante, considerata la necessità di valutare la complessiva situazione venutasi a creare in reparto, per effetto di mancanze di personale medico».
Per il giudice, e la cosa è stata ripetuta più volte nelle oltre 170 pagine di motivazioni, se toni duri sono stati usati non era per colpire il singolo ma per far funzionare bene il reparto e soddisfare i bisogni dei pazienti. Inoltre, si legge sempre nelle motivazioni, se un colpevole va individuato per lo stress e le tensioni lavorative registrate in reparto, per il giudice l'attenzione andrebbe posta nei confronti dell'Azienda sanitaria. Un passaggio importante che potrebbe anche aprire nuovi scenari.
Per il giudice il fatto che i vertici dell'Apss fossero a conoscenza «di una situazione di forte stress lavorativo, di tutto il personale operante nel reparto di ginecologia, nonché di difficoltà nei rapporti, con un clima di costante paura dell'errore, è elemento che può far ritenere sussistente, sotto il profilo civilistico, a titolo di eventuale colpa, la responsabilità dell'Azienda sanitaria ex articolo 2087 codice civile, di aver consentito la prosecuzione di tale situazione, di cui l'ente risultata essere a perfetta conoscenza».
Nelle motivazioni, poi, a sorpresa, c'è un'altra persona che rischia l'incriminazione per falsa testimonianza. Si tratta di una ginecologa che da accusatrice rischia di diventare accusata. Il giudice, nelle motivazioni, nel demolire a una a una le accusa delle varie dirigenti, infermiere e ostetriche, ritiene particolarmente grave le dichiarazioni della dottoressa G. la quale, pur non essendo in sala operatoria, avrebbe riportato il racconto fattogli da un'ostetrica presente nell'ormai famosa seduta operatoria in cui la dottoressa Sara Pedri avrebbe commesso due errori alla presenza della dottoressa Mereu.
La versione della dottoressa G. è che l'ostetrica le avrebbe raccontato di urla e di un colpo sulle mani da parte della dottoressa Mereu alla Pedri mentre l'ostetrica in questione avrebbe confermato i parti complicati e gli errori e parlato di toni decisi della Mereu, ma nulla di più.
«A strascico di quanto narrato (dalla dottoressa G.) si collocano le affermazioni effettuate a sommarie informazioni dalla dottoressa T, dalla dottoressa B. e dalla dottoressa P, che, ovviamente, devono seguire la «leggenda metropolitana», dice duro il giudice.Il giudice, ritiene i fatti raccontati dalla dottoressa G, destituiti da ogni fondamento «dovendosi ritenere che la stessa abbia utilizzato circostanze solo in parte veritiere, per le finalità di discredito della dottoressa Mereu».
Per questo il giudice chiede la trasmissione degli atti per quanto riguarda la deposizione effettuata al pubblica ministero per la valutazione sul reato di falsa testimonianza commesso dalla stessa e la valutazione anche della condotta delle altre dottoresse. In più circostanze, anche davanti alle accusa di altre professioniste, per il giudice le stesse o sono risultate poco attendibili o hanno voluto amplificare situazioni che invece andavano ritenute normali.
E poi il giudice ha anche parole di elogio per Tateo. Il fatto che vi fosse tale clima in reparto derivava - secondo Tamburrino - dal fatto che egli era «molto esigente sulle prestazioni fornite dal personale medico, che doveva adempiere al servizio pubblico reso nel miglior modo possibile e con la tutela massima del paziente e delle sue condizioni cliniche». Sempre per il giudice all'interno del reparto si erano create diverse "correnti".
«Una parte del personale medico, che tollerava ampiamente tali modalità di condotta, altri per i quali la stessa passava come indifferente, continuando a espletare le proprie mansioni lavorative, mentre, invece, vi erano persone che non consideravano la stessa tollerabile».


