Nel Trentino sono circa ottomila le persone disposte ad occuparsi nel settore manifatturiero. È questa l'indicazione più significativa emersa dall'indagine sulla disponibilità della manodopera per l'industria, promossa dalla Provincia autonoma di Trento e della quale, ovviamente, si terrà ora conto nel tracciare le direttrici di sviluppo dei vari settori dell'economia.


Ottomila persone per le quali il lavoro in fabbrica dà maggiore sicurezza e garanzia che non quello di altri settori, per le quali rappresenta insomma una conquista, un passo in avanti, che - almeno la maggior parte - farebbero ponendo talune condizioni, che si chiamano soprattutto servizi sociali e la possibilità di continuare a risiedere nel loro paese.


È un'entità, questa delle ottomila persone disponibili, da considerare comunque inferiore all'effettiva richiesta, in quanto è da ritenersi che ci siano senz'altro delle persone che per vari motivi non hanno risposto al questionario proposto dalla Provincia.


Si può stimare che sia possibile contare su almeno 10-12 mila persone, disposte ad occuparsi in fabbrica. Ci sono però da fare alcune considerazioni limitative. Il 15 per cento dei disponibili per un lavoro nell'industria ha un'età superiore ai 45 anni e quindi difficilmente potrebbe essere assorbito dal settore manifatturiero. Un altro 30 per cento rinuncerebbe all'occupazione piuttosto di dover fare i pendolari nel raggio di 20 chilometri dal comune di loro residenza.

Non va trascurato il fatto che circa duecento hanno dichiarato di avere un diploma di scuola media superiore o una laurea ed altrettanti un diploma di istituto professionale. È una cifra questa che lascia intravedere un bisogno arretrato di formazione e di riqualificazione professionale. Basti dire, infatti, che solo 1500, su 8000, hanno una precisa qualificazione. Il che richiede - e la Provincia ha già annunciato interventi in questo senso - l'organizzazione del settore per la formazione professionale, che aggiorni, qualifichi ed elevi particolarmente le classi operaie e contadine.

Degli ottomila, altri 1600 sono alla ricerca della prima occupazione, trecento lavorano all'estero e quattrocento fuori provincia.

Ci sono poi le casalinghe. Ce ne sono circa seicento, le quali, dovendo probabilmente accudire anche alla casa, non si possono permettere di compiere lunghi moti pendolari e che, quindi, malgrado il loro desiderio di lavorare in fabbrica, se non si offre un posto relativamente «comodo», devono rinunciare al lavoro.

Dal punto di vista economico, pare che la maggior parte degli aspiranti all'industria richiedano cifre accessibili per una iniziativa industriale un po' qualificata. Un 20 per cento infatti chiede 90 mila lire al mese qualora il nuovo posto non comporti il cambiamento di residenza. Un altro venti per cento si accontenta di sole 50-60 mila lire, mentre il 7 per cento chiede circa 100 mila lire mensili.