TRENTO. C'è luce in fondo al tunnel. Le imprese attive nel mondo della ristorazione erano, a fine settembre, più di quelle operative a fine 2019. Cioè prima di tutto.

Prima del Covid, della paura, delle chiusure a fisarmonica, dell'incertezza. Tiene anche il commercio al dettaglio.

Questo vuol dire che la crisi è finita? No, e a dimostrarlo c'è il dato sugli alberghi e strutture assimilate, che restano con il segno meno. Ma significa che c'è voglia di credere in una ripartenza vera. E dopo 20 mesi da quel febbraio 2020 in cui tutto è cambiato, è già qualcosa.

Settore ricettivo.

Qui la crisi ha colpito duro. Nonostante l'estate da record, riguardo alle presenze, le ferite non sono rimarginate. A livello provinciale abbiamo perso 14 imprese attive, dopo il calo del 2020, che aveva lasciato per strada 17 aziende. Tra pre e post Covid, insomma, il saldo è negativo di 31 imprese: erano 1.419 (di cui 1.297 attive) a fine 2019, al 30 settembre erano 1.380 (di cui 1.266 attive). In controtendenza solo la città di Trento: dalle 47 imprese attive a fine 2019 (di cui 42 attive) si è arrivati ora a 48 (di cui 40 attive).

In questi primi 9 mesi, a Trento, nessun albergo o struttura assimilata ha chiuso, in compenso ne ha aperto uno.

Ristorazione.

Il settore ha dato fin da subito l'impressione di avere i numeri per tenere botta, anche per via della voglia della gente di tornare alla normalità, non appena si sono allentati i divieti. I dati alla fine del terzo trimestre del 2021 ne sono dimostrazione: le imprese attive nel settore sono più di quelle che erano a fine 2019. A dicembre di due anni fa in tutta la provincia erano registrate in Camera di commercio 3.235 imprese (di cui 2.777 attive).

Dopo il crollo del 2020 (le attive sono scese a 2.751, ma soprattutto il saldo tra aperture e chiusure era impietoso: 198 chiusure e 82 aperture), il 30 settembre 2021 erano registrate 3.243 imprese, di cui 2.794 attive.

Dati simili per la città di Trento, dove erano 532 le imprese attive nel 2019 e a fine settembre erano 536.

Se ci si limita ai dati di flusso, si nota come la categoria creda nel futuro, ma con prudenza: le cessazioni restano di più delle nuove iscrizioni (63 rispetto a 46 a livello provinciale, 27 rispetto a 12 a livello comunale).

Quanto al senso da dare a questi numeri, il vicepresidente di Confcommercio Marco Fontanari invita alla prudenza: «Questi dati dimostrano come la ristorazione sia un settore dinamico, ma attenzione perché le nuove attività sono spesso diverse dal ristorante classico: ci sono le catene, le proposte etniche, i locali che lavorano solo per il delivery. La crisi non è alle nostre spalle, per recuperare quel che abbiamo perso in questo anno e mezzo servirà tempo. Ma ci riusciremo: ora abbiamo davanti la prospettiva di poter lavorare».

Commercio al dettaglio.

Anche qui, la risalita è iniziata. Rispetto a fine 2020, quando c'erano in provincia 4.354 imprese di cui 4.038 attive, si è saliti a 4.384 aziende di cui 4.090 attive. Prima della pandemia, il 31 dicembre 2019, erano 4.093. Tutto sommato non sta andando male. Anche se il dato su iscrizioni e cessazioni dimostra come questi numeri siano frutto di un turn over notevole: hanno chiuso in Trentino 149 aziende, e aperto 137 (nel 2020 il rapporto, per dare un'idea, era di 281 a 129).

Quanto alla città di Trento, in proporzione il trend è più lento: ci sono 852 imprese attive, in crescita sull'anno scorso (erano 843) ma meno del 2019 (erano 861). Resta alto il turn over: 44 negozi hanno chiuso i battenti, 34 nuovi hanno alzato le serrande.

«Ora c'è il Natale, la categoria si aspetta un colpo di coda che dia slancio all'annata - conclude Fontanari - anche se preoccupano l'inflazione e l'aumento del costo dell'energia».